Mano pesante dei giudici. Minacce ed estorsioni a un carrozziere: pene per 65 anni
Cronaca

Mano pesante dei giudici. Minacce ed estorsioni a un carrozziere: pene per 65 anni

Una condanna pesantissima: 65 anni di cella per quattro imputati, con un massimo di 30 per quello ritenuto essere il più colpevole nella lunga serie di vessazioni che portarono un carrozziere dell’Olgiatese a presentarsi a Milano, alla Dda, per raccontare quanto gli stava accadendo. Da quell’atto di coraggio, che portò a un ringraziamento pubblico della stessa Ilda Boccassini al coraggioso artigiano, nacque una inchiesta che portò a sgominare più locali di ’ndrangheta. Ai quatto finiti a processo a Como per reati (a vario titolo) come estorsione, minacce, droga e l’incendio di 14 auto della carrozzeria della vittima, non veniva contestata l’appartenenza alla malavita organizzata, pur nell’ambito di quella che la Procura riteneva una certa vicinanza.

Sottoposti al giudizio del Collegio di Como, le condanne dei quattro imputati sono state impressionanti, da 30 e 21 anni per i due più coinvolti, a 7 anni a testa per i restanti due uomini a processo. Un totale di 65 anni di cella a fronte di una richiesta dell’accusa che si era fermata a poco più di 40 anni (con un massimo di 19). Alla parte civile, rappresentata in aula dall’avvocato Roberto Rallo, i giudici hanno riconosciuto un risarcimento provvisionale – in attesa di definire le cifre in sede civile – da 50mila euro. La sentenza è giunta ieri pomeriggio dopo poco meno di due ore di Camera di Consiglio. Alla lettura del dispositivo non sono mancati i pianti dei parenti. L’indagine – come detto – era nata dalla denuncia del carrozziere che, nell’agosto del 2014, dopo anni di indecisioni, si presentò a raccontare alla Dda quello che stava avvenendo. Il pm Marcello Tatangelo nella propria requisitoria (durata sette ore) si era soffermato proprio sulla figura del carrozziere vessato che decise di raccontare tutto. «Perché dopo tanto tempo? Perché era una persona impaurita, intimidita. Le sue parole, fatte nel mio ufficio, non furono menzogne ma racconti di una persona che viveva in uno stato di sottomissione, che non si fidava nemmeno delle forze dell’ordine»

13 aprile 2017

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