Manuela Lozza e le avventure della “Milanesa”

La giallista Manuela Lozza (foto Fkd) La giallista Manuela Lozza (foto Fkd)

Se si vuole scrivere per pubblicare, bisogna essere certi di aver qualcosa di interessante da dire e che spinga un editore e un lettore a dedicare il suo tempo a noi. Ne è convinta Manuela Lozza, giallista varesina emergente.
«Quindi rinuncerei alla scrittura/terapia, ai minuziosissimi diari di vita vissuta, se a scriverli non è Agassi, un reduce di guerra, un medico senza frontiere o il presidente degli Stati Uniti», dice la scrittrice.
«Occhio poi alla lingua italiana: ok la licenza poetica, ma sono i cari e vecchi punti e virgole a dare senso e intonazione alla frase. Un condizionale arricchisce, un sinonimo alleggerisce», aggiunge Manuela Lozza.
A cosa sta lavorando?
«Ho iniziato da poco, non senza molti grattacapi, una seconda avventura della commissaria Michela Borellini, la “Milanesa” insomma. Un nuovo caso da risolvere, recenti pasticci privati da dipanare, diverse tradizioni culinarie da assaporare. Ma con questa mia testa che non smette mai di viaggiare, nel cassetto c’è una saga familiare molto complessa, in cui vicende storiche degli ultimi due secoli si intrecciano a questioni private. Tutto realmente accaduto. In testa invece c’è un romanzo leggero, una commedia con protagonisti i trentenni di oggi».
Il rapporto tra cinema e letteratura, come influenza il suo lavoro?
«Moltissimo. E mi pare, chiacchierando in giro, di capire che sia peculiare della nostra generazione. Mentre invento le mie storie, ne ho un’immagine nitidamente fotografica, che poi si traduce in parola solo quando mi siedo alla scrivania. E forse questo viene colto anche dal lettore, visto che ad ogni presentazione mi domandano se e quando ci sarà la trasposizione cinematografica della “Milanesa”».
Crede ancora nella carta o meglio puntare sul web?
«Credo che il libro, in senso tradizionale, resterà ancora per molti anni predominante, perché la lettura è un momento complesso, una situazione più che un atto, in cui le pagine da sfogliare sono complici importanti nel creare l’ambiente. Ma non si può più far finta di non vedere quale importanza rivestano oggi le possibilità date dalla tecnologia».
Quanto è importante situare una storia in un territorio o in un genere preciso, con tutto ciò che ne consegue?
«È importantissimo, specie nel giallo, oggi il genere italiano più tradotto all’estero. È il migliore (e più evocativo) mezzo per descrivere le nostre città, piccole e grandi, e il nostro cibo».
I suoi autori di riferimento?
«Simenon e Camilleri mi hanno regalato la passione per il delitto, per i poliziotti eticamente ineccepibili eppure tanto umani. Benni e Pennac mi hanno insegnato che l’ironia ci sta sempre bene. Ultimamente mi drogo di Marco Vichi e del commissario Bordelli: credo che se vivessimo in uno stato teocratico, finirei dentro per idolatria».

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