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Maria Pilar Pérez Aspa porta “La piazza del Diamante” a Como

Atir Teatro Ringhiera, con la presenza e la voce di Maria Pilar Pérez Aspa, porta al Teatro Sociale di Como, giovedì 27 maggio alle ore 20, quello che Gabriel García Márquez definì “il romanzo più bello che sia mai stato pubblicato in Spagna dopo la guerra civile”: “La piazza del Diamante” della scrittrice catalana Mercè Rodoreda (Barcellona, 1908-1983) e considerato la sua principale opera e un classico della letteratura europea del dopoguerra.

Il romanzo, pubblicato nel 1962, è stato tradotto in più di venti lingue, nel 1990 comparve nella prima traduzione italiana.

È una delle principali opere mai scritte in lingua catalana.

Alla disfatta della Repubblica, l’autrice lascia famiglia e figlio a Barcellona e parte per un lungo esilio: Parigi, Bordeaux, Limoges, Ginevra. Qui si stabilisce e completa il romanzo.

Ritornerà in Spagna nel 1972 dopo vent’anni di esilio, di problemi e disagi e quando sta per concludersi il periodo franchista. Continuerà a scrivere romanzi e racconti, alcuni saranno pubblicati postumi, alla maniera realista succederà quella fantastica, mitica dell’ultima produzione.

In scena, da sola, Maria Pilar Pérez Aspa, attrice aragonese, che dopo una laurea in Filologia Ispanica e un diploma alla “Escuela de Teatro del Excmo” di Zaragoza, frequenta la Scuola d’Arte drammatica “P.Grassi” di Milano. Nel 1996 fonda con Serena Sinigaglia l’ATIR, compagnia riconosciuta a livello internazionale. Insignita di diversi premi prestigiosi, ha lavorato tra gli altri con Luca Ronconi, Mario Martone, Giampiero Solari, Gabriele Vacis, Armando Punzo, Gigi Dall’Aglio, Francesco Micheli, Fausto Russo Alesi, Leo Muscato, Carmelo Rifici.

Ambientata nel quartiere barcellonese di Gracia, nel periodo della seconda repubblica spagnola (1936 – 1939 e della guerra civile), La piazza del Diamante narra la storia di Natalia, una giovane donna, che, come tante donne di quell’epoca, accetta ciò che la vita e suo marito le impongono, rassegnandosi perfino a cambiare il proprio nome.

È il racconto di trent’anni della vita di una donna semplice, che soffre miserie, fame, lutti, un matrimonio fallito e la guerra, come sfondo di tutto.

La sensazione leggendo questo libro è che la Rodoreda si sieda al tuo fianco e te lo racconti a voce bassa, concatenando una serie di eventi piccoli, insignificanti, quotidiani, apparentemente irrilevanti, attraverso i quali apre delle finestre su un mondo che malgrado loro si trasforma.

Una figura di donna che contempla il mondo che la circonda.

Mercè Rodoreda racconta magistralmente, con il suo stile narrativo agile e diretto, la noia, la solitudine femminile, l’attesa, le ansie e le insoddisfazioni di una donna come tante altre, immersa e sommersa nell’interminabile monotono quotidiano.

Il romanzo ebbe subito un’accoglienza entusiastica del pubblico e della critica, per una volta unanimi, che segnano la nozione semplice e infinitamente profonda della letteratura rodorediana. E la sensibilità della scrittrice, i trascorsi biografici dolorosi, tra cui l’esilio, che la allontanano dai contesti di appartenenza, rivivono nella grazia indimenticabile delle sue figure femminili, lontane appena un palmo dalle proprie orme.

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