Maroni: «Sulla libera circolazione non si torna indietro»

altMa il segretario della Lega Matteo Salvini parla di «legittima difesa dei cittadini svizzeri»

(da.c.) Il voto del 9 febbraio 2014 è un pezzo di storia della Svizzera. Almeno così affermano, in modo unanime, i commentatori dei più importanti mass media elvetici. Il risultato del referendum di domenica, però, diventerà con ogni probabilità uno spartiacque anche per una fetta d’Italia. Quella, per intendersi, di cui fa parte pure il Comasco.
Il giorno dopo lo sberlone

giunto d’oltreconfine, la politica e la società italiane si interrogano sulle possibili conseguenze del voto ma, soprattutto, sulle cause che hanno determinato un orientamento di netta chiusura degli svizzeri verso l’esterno.
Tra i più disorientati ci sono sicuramente i leghisti, stretti da un lato dalla necessità di difendere i frontalieri, dall’altro lato dal desiderio di esaltare il sentimento anti-europeistico e identitario emerso dal referendum.
Queste due visioni sono plasticamente emerse ieri attraverso le dichiarazioni prima del governatore lombardo Roberto Maroni, poi del segretario nazionale della Lega, Matteo Salvini.
«Quello della libera circolazione tra persone è un principio di civiltà acquisito e da cui non si può tornare indietro», ha detto Maroni in un’intervista rilasciata di buon mattino al giornale radio della Tsi. Parole contraddette poco dopo da un post lanciato da Salvini su Facebook: «I cittadini svizzeri, con un voto di buon senso e di legittima difesa, hanno deciso stop all’immigrazione. Presto anche in Italia, grazie alla Lega, un referendum per difendere i diritti e il lavoro dei cittadini italiani».
Salvini non ha chiarito di quale referendum stesse parlando. Com’è noto, a differenza della Confederazione, nel nostro sistema politico lo strumento referendario è soltanto abrogativo e non propositivo. Al di là di questo, la distanza tra i due dirigenti lombardi del Carroccio dimostra pure lo smarrimento della politica italiana di fronte a un voto che lascia poco spazio a dubbi e interpretazioni.
In ogni caso, lo stesso Maroni ha subito messo le mani avanti chiedendo al governo di riservare un posto alla Lombardia al tavolo delle trattative con Berna. «So che Roma si è già mossa per rinegoziare il trattato che riguarda i frontalieri e, ovviamente, non voglio che lo faccia senza coinvolgerci – ha ribadito Maroni – Una delle questioni cruciali nei rapporti tra i nostri due territori di confine è la questione tasse. Noi abbiamo una pressione fiscale elevatissima che induce molti a cercare lavoro in Ticino. Come abbiamo fatto con la carta sconto benzina, chiederò al governo di concedere alla Lombardia la possibilità di istituire zone franche dal punto di vista fiscale, per diminuire la pressione dei tributi e consentire al mondo delle imprese di pagare meno tasse e avere la possibilità di assumere».
Ieri il governatore Lombardo ha evitato accuratamente di alzare i toni della polemica. Anzi, alla fine ha anche ripetuto di voler impegnarsi affinché «Lombardia e Cantone Ticino proseguano la loro grande collaborazione. Ci troveremo per risolvere i problemi, ciascuno farà valere le sue ragioni e gli interessi del suo territorio, come è giusto che sia, ma sono sicuro che troveremo un’intesa, come abbiamo fatto finora»
Dichiarazioni molto dure sono giunte invece dai parlamentari Dem comaschi, Chiara Braga e Mauro Guerra.
«Dalla Svizzera giunge un segnale di allarme per tutta l’Europa. Si tratta di una decisione che rispettiamo poiché riguarda gli affari interni di un Paese straniero, tuttavia non si può pensare che questa scelta non abbia conseguenze e pesanti ripercussioni, anche per i rapporti tra l’Italia e la Confederazione».
I deputati lariani hanno parlato di «scorciatoia pericolosa che dà una risposta sbagliata a una questione reale. La gestione dei flussi migratori non può essere oggetto di atti unilaterali». Anche dalle parti del Pd si temono riflessi negativi per i 60mila frontalieri, «da tempo oggetto – sostengono i deputati comaschi del centrosinistra – di discriminazioni salariali e persino di attacchi a sfondo xenofobo. Alla Svizzera chiediamo garanzie di tutela per i nostri frontalieri».
La voce istituzionale del Ticino è stata ieri quella del presidente del governo di Bellinzona, il luganese Paolo Beltraminelli.
Intervistato da Radio 24, l’esponente del Ppd ha voluto rassicurare soprattutto i frontalieri. «Non hanno nulla da temere, sono fondamentali per la nostra economia. In tanti settori senza i frontalieri, che peraltro lavorano molto bene, non abbiamo alcuna possibilità. Ma se loro fossero nella nostra stessa situazione, avrebbero reagito nella stessa maniera. Quindi dico loro: un po’ di pazienza, troviamo delle soluzioni, lavoriamo insieme».
Ieri, da registrare sul tema anche la reazione del frontaliere comasco probabilmente più famoso, il campione del mondo Gianluca Zambrotta, oggi allenatore del Chiasso.
«Non parlerei di razzismo né di discriminazione – ha detto l’ex terzino del Milan – Gli svizzeri sono molto attenti alle questioni del lavoro, ma tra noi e i ticinesi c’è molta vicinanza».

Nella foto:
Il risultato del referendum di domenica diventerà con ogni probabilità uno spartiacque nei rapporti tra Italia e Svizzera

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