Mattei aveva un amico comasco. La visita a Pognana e le lettere

I familiari di Ferruccio Celotti: «Mangiarono la torta della nonna»
È una splendida giornata di sole e il lago è uno specchio azzurro privo di increspature, mosso soltanto da abbaglianti riflessi di luce. A Pognana lo spettacolo è imperdibile e lo è anche dalla bella casa della famiglia Celotti, che accetta di ricordare la singolare e robusta amicizia tra il capostipite, Ferruccio, che purtroppo non c’è più, ed Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni di cui sabato prossimo ricorre mezzo secolo dalla morte.
«Qui papà e Mattei si sedettero un
giorno di tanti anni fa e mangiarono la torta preparata dalla nonna», dicono la figlia, Cristina Celotti, e il marito, Livio Misenti, indicando la terrazza con vista sul primo bacino del Lario. L’amico famoso di Ferruccio Celotti nell’immediato dopoguerra aveva voluto fargli una sorpresa. Così, senza avvisare, era arrivato assieme alla moglie nel piccolo paese della sponda orientale a bordo di una vettura condotta dall’autista. Era estate e il ragionier Ferruccio si era tuffato per un bagno nel lago. Qualcuno andò a chiamarlo per l’insolita visita. «Ricordo ancora com’era bella la moglie di Mattei, di nazionalità austriaca», interviene la vedova Celotti, signora Liliana, all’epoca fidanzata con il giovane che avrebbe poi sposato.
Tra Ferruccio Celotti ed Enrico Mattei ci sono punti in comune. Il primo è la prigionia per motivi politici nel carcere comasco di San Donnino e nella sua succursale, la palestra Mariani di via Sauro, nel 1944. Entrambi erano antifascisti e partigiani: il primo con il nome di battaglia di “Alfonso”, il secondo di “Monti”. E nelle settimane che trascorsero uniti nella drammatica esperienza del carcere, tra i due si cementò l’amicizia.
Un altro aspetto comune a entrambi fu l’impegno pubblico. Nel caso di Ferruccio Celotti, come sindaco di Pognana, in due periodi successivi – dal 1960 al 1964 e dal 1970 al 1995 – per complessivi 29 anni.
La terza e ultima circostanza è la tragica fine: Enrico Mattei nel disastro aereo di Bascapè, in provincia di Pavia, che l’inchiesta finalmente conclusa nel 2003 ha accertato fosse stato causato da un attentato; Ferruccio Celotti in un incidente, investito da un’auto il 9 novembre 2002, davanti a quello che era stato il “suo” municipio. E nei prossimi giorni ricorrono rispettivamente il cinquantesimo e il decennale dei drammatici eventi.
«Quel giorno che Mattei venne a Pognana – rievoca ancora la famiglia – andò anche a Como con papà per ringraziare suor Cecilia Vaiani, la religiosa che aveva favorito la fuga dalla prigionia nella palestra Mariani. Don Castelli invece non c’era». Sì, perché il futuro fondatore dell’Eni, arrestato a Milano il 26 ottobre 1944 durante una riunione clandestina, fu trasferito a Como due giorni dopo. Grazie all’aiuto del parroco di Sant’Orsola, don Carlo Castelli, di suor Cecilia Vaiani e di un agente penitenziario, la notte del 3 dicembre dello stesso anno riuscì a fuggire. Arrivato a Como Lago, si nascose su un vagone e poi prese il primo treno delle Ferrovie Nord diretto a Milano. Ferruccio Celotti doveva condividere con lui la fuga, ma desistette per timore di ritorsione nei confronti dei genitori.
Dopo la Liberazione, Celotti e Mattei restarono in contatto e il presidente dell’Eni chiese all’amico comasco di lavorare con lui. «Ma papà disse no. Adorava Pognana e non voleva allontanarsi da quello che definiva il paese più bello del mondo», sorridono i familiari. Preferì trovare un impiego all’Inam di Como, l’ente di cui divenne poi funzionario. In compenso i due si incontrarono alcune volte anche a Milano. In una lettera del dicembre 1945 Mattei, già nominato commissario straordinario per l’Agip, si rammaricò che il compagno di prigionia fosse stato nel capoluogo lombardo mentre egli era assente: «Ho dovuto muovermi molto in questi ultimi tempi e oggi stesso sono in procinto di partire per Roma». E gli dava appuntamento per il nuovo anno: «Dopo il 5 di gennaio negli uffici dell’Agip in via Moscova 18, starò molto volentieri un po’ con te». In un’altra missiva del maggio 1947, allude invece alla messa a punto in un articolo di giornale sulla «questione di Dongo (si riferiva all’oro sequestrato a Dongo ai gerarchi in fuga, ndr), nella quale ho risposto alle insinuazioni che tu conosci» e auspica un incontro: «Avvisami quando verrai a Milano».
Quando Enrico Mattei morì la sera del 27 ottobre 1962 mentre era in volo di ritorno dalla Sicilia verso Milano a bordo di un velivolo “Morane-Saulnier”, sul quale viaggiava, oltre a lui e al pilota Irenerio Bertuzzi, anche il giornalista inglese William McHale, Ferruccio Celotti pensò subito a un attentato, dicono oggi i familiari. Troppi i nemici del presidente dell’Eni, contrari alla sua aspirazione a un’Italia che avesse accesso diretto alle fonti di approvvigionamento energetico e contrariati per l’intesa tra l’azienda di Stato e l’Algeria sulla ricerca di idrocarburi. L’inchiesta, oltre quarant’anni dopo quell’evento, stabilì che l’aereo fu “dolosamente abbattuto” con dell’esplosivo, specificandone perfino il tipo e la quantità: 100 grammi di “Campound” nascosti dietro il cruscotto dell’aereo. Poco, invece, su mandanti ed esecutori, nello stile dei misteri e delle stragi italiane.
Ferruccio Celotti rimase profondamente addolorato per la morte improvvisa di Mattei. «Lo stimava molto perché era generoso e da uomo pubblico non si attribuiva uno stipendio. Diceva che era deciso, aveva forte personalità; era la persona giusta per quel ruolo». E lo stesso fu lui per Pognana, a giudicare dall’affetto dei suoi compaesani. Da sindaco costruì scuole, municipio, parcheggi. Tutto senza spendere troppo. «Aveva una grande onestà di fondo – conclude la figlia Cristina – Non ha mai raccomandato i suoi figli a qualcuno che conosceva. E nutriva un rispetto assoluto delle regole».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine d’epoca di Enrico Mattei, fondatore e primo presidente dell’Eni. Sognava l’indipendenza energetica dell’Italia

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