max_marra_autore_smallL’AUTORE
Max Marra, “percorso mistico” a Sofia
Max Marra (nella foto, click per ingrandire), artista che vive a Monza e lavora a Lissone, è nato  nel 1950 a Paola (Cosenza). A Milano  ha fondato  nel 1985 il movimento interdisciplinare “Osaon” e, nel 1988 a Lissone, con Mario De Leo, lo studio interdisciplinare “H:Orarte”. Ha in corso un’importante personale in Bulgaria,  Cieli di cosmos, aperta fino al 6 ottobre al Sofia Arsenal Museum di Sofia, promossa dal locale Istituto Italiano di Cultura. Un evento  per l’arte italiana, a cura di Anna Amendolagine e Luca Tommasi, di cui un’ampia sezione  dal 22 ottobre sarà in scena  nel Palazzo dei Capitani ad Ascoli Piceno. È un “percorso mistico” contrassegnato da una sessantina di opere realizzate tra il 2011 e il 2013.


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L’OPERA
La condizione umana diventa un paesaggio
Max Marra si trova a proprio agio soprattutto nella sperimentazione costante, attraverso una polifonia di materiali.
Cartone, juta e la classica tela da pittore  vibrano d’inedite risonanze per dar vita a un mondo di paesaggidell’anima che sono, però, molto   materici, perché  tridimensionali. Erede dell’esperienza degli espressionisti tedeschi e dell’opera del genio di Città di Castello Alberto Burri, Marra disegna paesaggi che evocano visioni aeree d’alta quota, ma anche figure antropomorfe come questa che pubblichiamo oggi, una tecnica mista intitolata Cieli di cosmos, del 2012.
Le mappe immaginarie di Marra sono miraggi abitati e definiti da nodi, corde, percorsi a loro volta molto forti e concreti. Viene in mente la figura mitica cantata in dialetto da Andrea Zanzotto, Maria Carpel, «che andava a cucire presso le famiglie»,  emblema di un contesto contadino di dignitosa povertà in cui la solidarietà faceva tutt’uno con l’operosità e la condivisione. L’opera di questo artista brianzolo di origini calabresi si può interpretare anche in tal senso, alla luce di una importante mostra che quest’anno ha tenuto con successo in Bulgaria.
La suggestiva arte di Marra è una cosmogonia che viene realizzata  – ed è un retaggio antropologicamente molto legato al nostro territorio – tessendo trame, annodando fili, disegnando, come detto, paesaggi. Li definisce e li abita una corposità vitale, tesa come una corda di violino tra l’ordinata geometria e la rotondità irregolare e nervosa: è l’ardita sintesi di una  perenne metamorfosi, costruita con l’antichissima  pazienza artigiana del “fare” lombardo attraverso la pulsione originaria della traccia,  del segno grafico. Ne nascono superfici in cui prevalgono cromatismi primari che richiamano coordinate ataviche: il bianco lucente della neve, il nero  della notte, il rosso del sangue e i marroni di  terra e  cuoio. Ma la superficie immediatamente si fa volume:  per mantenere la propria forza espressiva ha bisogno di trovare una  dimensione  plastica, e si traduce in una   fisicità a volte violenta, in  una terza dimensione nata dalla voglia irrefrenabile di scavare, ferire e subito guarire, annodare lo strazio e la tensione in costellazioni di  cicatrici che sono  sintomi di vita vissuta. Il tutto matura e lievita fino a dar vita  a profili di colline, sinuosità a loro modo erotiche e inquieti gonfiori che immediatamente riconosciamo quali presenze fraterne.
Quasi specchi dell’umana condizione, sospesa tra fango ed infinito.
Lorenzo Morandotti

GALLERIA  (clicca su una immagine per visitare la Galleria)
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