Maxi-frode fiscale: sequestrati case, auto e conti bancari

Il caso – Le persone coinvolte, in base a quanto accertato dalle fiamme gialle, avevano evaso imposte dirette e Irap per almeno 340 milioni di euro
Rinviati a giudizio una decina di imprenditori. Il processo inizierà il 18 aprile del prossimo anno
Lo Stato presenta il conto agli imprenditori comaschi coinvolti in una maxi-evasione fiscale da 340 milioni di euro scoperta dalla guardia di finanza di Erba nei mesi scorsi. Il procedimento penale si è chiuso con un patteggiamento a 22 mesi e con una decina di rinvii a giudizio (il processo si terrà il 18 aprile 2012), mentre l’ingente danno all’erario è stato almeno in parte sanato con la confisca di 5 edifici, 7 automezzi e quasi 3 milioni in contanti, oltre a depositi bancari e quote sociali.

Le indagini sulla frode fiscale, effettuate dalle fiamme gialle di Erba e coordinate dal sostituto procuratore della Repubblica di Como Giuseppe Rose, sono proseguite per circa 2 anni. L’inchiesta aveva portato alla luce un enorme giro di fatture false, emesse tramite società cosiddette cartiere. Le aziende coinvolte, attive nel settore del commercio dei rottami metallici, erano in grado di movimentare quotidianamente fino a 200mila euro in contanti.
L’operazione della guardia di finanza si era conclusa con il coinvolgimento di 11 persone, quasi esclusivamente residenti sul territorio lariano. Un imprenditore erbese era stato arrestato per la maxi-evasione, ed era accusato, tra l’altro, anche di violazioni delle normative sullo smaltimento dei rifiuti. Per gli altri 10 indagati, piccoli e medi imprenditori operanti nell’Erbese, era scattata invece la denuncia a piede libero per reati tributari. Gli imprenditori coinvolti, in base a quanto accertato dalle fiamme gialle, avevano evaso imposte dirette e Irap per un ammontare complessivo di almeno 340 milioni.
Le società cartiere (ovvero fittizie) emettevano quotidianamente false fatture. In concomitanza con il versamento di assegni bancari per l’acquisto di merce, gli imprenditori effettuavano un prelievo di pari importo in contanti. Il denaro veniva poi utilizzato per pagare – “in nero” – i fornitori di merce che, oltre alla richiesta dell’anonimato, pretendevano che i pagamenti avvenissero in contanti in modo da non rendere tracciabili i flussi finanziari.
Il capofila dell’operazione ha scelto di patteggiare, gli imprenditori coinvolti nella maxi-inchiesta andranno invece a processo nell’aprile del prossimo anno. A tutti è stato chiesto di risarcire il danno provocato alle casse dello Stato. Il risarcimento è stato possibile, almeno in parte, grazie al sequestro e quindi la successiva confisca di immobili, automezzi e oltre 2,8 milioni di euro tra contanti, depositi bancari e quote sociali dei responsabili della frode.

Anna Campaniello

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