Cultura e spettacoli

McDermott, il prediletto di Stephen King

I Live da non perdere
Ovunque li si voglia collocare, tra Scott Walker e Jeff Buckley o nel mare acustico dei Radiohead, gli Shearwater regalano sempre grandi emozioni musicali. Se Rook, quinto e migliore disco della loro carriera, era un viaggio senza tempeste, in cui il piano accarezzava ogni lembo di dieci meravigliose isole sonore, il capitolo successivo della band americana non poteva che intitolarsi The Golden Archipelago. Chitarre come onde impetuose che si placavano tra violini e fiati, e la voce evocativa di

Jonathan Meiburg a regalare ancora quel brivido che sapeva trasformare ogni singola canzone in un piccolo capolavoro. Nel 2010 anche il settimo sigillo, Shearwater Is Enron, non deluse le aspettative dei fan e della critica, insomma un’altra prova di grande classe. Anche l’ottimo Animal Joy contribuiva a nutrire una ricetta che lo scorso anno ha trovato nuovi ingredienti con Fellow Travellers, il disco che giovedì 8 maggio, alle 21, li riporta al Magnolia di Milano.
Michael McDermott, influenzato da Bob Dylan e Van Morrison, è un piccolo profeta della musica d’autore. Un narratore sincero capace di raggiungere il cuore di chi lo ascolta. Le sue performance live hanno attirato l’attenzione di ammiratori famosi come Stephen King che lo ha definito il più grande talento rock conosciuto negli ultimi 20 anni. King ha utilizzato anche i testi di Michael in almeno un paio dei suoi acclamati romanzi. In concerto, sul palco del live club All’1&35circa di Cantù, McDermott sarà accompagnato lunedì 12 maggio, alle 21, da Heather Horton.
Dopo la svolta pop di Diamonds On The Inside del 2003, Ben Harper ha fatto un bagno purificatore incidendo con i Blind Boys Of Alabama The Will Be A Light, poi seguito dallo splendido Live at Apollo.
Rigenerato da questo viaggio alle radici della musica, l’artista americano ha dato alle stampe nel 2006 Both Side of the Gun, un doppio album che segna un ritorno alle origini, proprie e della musica in generale. Un importante segnale che non poteva che far piacere a chi lo seguiva fin dai tempi di Welcome To The Cruel World, straordinario esordio discografico del ’94. Al Ciak di Milano, martedì 13 maggio, alle 21, è il turno del nuovissimo Childhood Home, il primo disco pubblicato dall’artista californiano assieme a mamma Ellen.
Micah P. Hinson parte benissimo: tre dischi e almeno due capolavori. Non capita a tutti. Il primo, quello con i Gospel Of Progress (i suoi album non hanno titolo, portano solo il suo nome e quello del gruppo che lo accompagna), fu per molti una folgorazione. Il secondo, firmato con gli Opera Circuit, non deluse affatto ma fu considerato dai più come un lavoro transitorio.
A dimostrazione che questo Johnny Cash del terzo millennio non era stato un fulmine a ciel sereno, con il terzo lavoro Micah era tornato a incantare con le magie sonore della Red Empire Orchestra. Così, nel 2008, visto che Hinson aveva solo 26 anni (e che a quel tempo si era fatto più crooner che songwriter), ci si chiese cosa sarebbe potuto ancora arrivare dal suo (immaturo) genio. La risposta fu immediata: All Dressed Up and Smelling of Strangers, un album di cover quantomeno spiazzanti, fotocopia di certi concerti in cui rischiò di compromettere tutto con performance imbarazzanti. Tornato un po’ solo contro tutti, il bizzarro artista americano nel 2010 provava a raddrizzare il timone delle sue derive personali e artistiche con i Pioneer Saboteurs.
Ma nel 2011 Hinson è vittima di un gravissimo incidente stradale, in cui ha rischiato di perdere la mobilità della braccia, che lo costringe a una lunga riabilitazione. La nuova terribile esperienza è diventata fonte d’ispirazione per il suo nuovo lavoro, Micah P. Hinson and The Nothing, pubblicato in questi giorni. Mercoledì 14, alle 21, dal vivo al Magnolia di Milano.

8 Mag 2014

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