Medici “sordi” per le visite domiciliari. Una prassi che crea disagio e sprechi

Interventi e repliche

Dai secoli dei secoli, il compito dei medici è quello di curare i pazienti. Ultimamente è invalsa un’insana abitudine: molti professionisti credono che le visite domiciliari siano diventate un optional.
Andando a ritroso nell’analisi di quelli che sono i doveri dei medici, che prima di iniziare la loro professione devono pronunciare il Giuramento di Ippocrate (filosofo dell’antica Grecia), si evince quanto segue: “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo giuro: di esercitare la medicina in libertà; di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze; di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali; di prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni; di prestare in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medesima e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione”.
L’etica che il “padre” della medicina moderna occidentale ha trasmesso rispecchia l’ideale del medico come filantropo al servizio di tutta l’umanità, al di sopra di qualsiasi divisione tra gli uomini. Alla luce di quanto sopra citato, non capiamo il motivo per cui molti medici stiano contravvenendo alle loro responsabilità.
Ricapitoliamo: se il medico, dato che ha scelto di esercitare per sua espressa volontà e liberamente la professione, non la esercita secondo quanto giurato va dimesso o esonerato, e a supporto della mia affermazione riporto quanto citato dalla disciplina del medico di medicina generale affidata ad accordi collettivi nazionali periodicamente aggiornati. Gli accordi attualmente in vigore, risalenti al 2005 e rivisti da ultimo nel 2010, regolano in maniera chiara ed intelligibile l’attività del medico di base. Sugli orari di apertura degli studi interviene dapprima l’articolo 36, rubricato “requisiti ed apertura degli studi medici”. Questo, nel prevedere le caratteristiche strutturali minime per uno studio medico, fissa gli orari minimi di ricevimento in relazione al numero di assistiti. Ecco che, allora, si passa da un minimo di 5 ore settimanali se non si supera i 500 assistiti alle 15 ore settimanali se si va oltre il migliaio di pazienti. Ore di ricevimento spalmate dal lunedì al venerdì, in fasce mattutine e pomeridiane.
Per quanto riguarda le visite domiciliari, queste rientrano tra i compiti primari propri del medico di medicina generale ex-articolo 45 (“compiti del medico”). Più nel dettaglio va l’articolo 47 (“visite ambulatoriali e domiciliari”) il quale pone al primo comma un principio fondamentale: “L’attività medica viene prestata nello studio del medico o a domicilio, avuto riguardo alla non trasferibilità dell’ammalato”. Chiaramente se un paziente è debilitato a causa di reale motivo e non si può muovere, con riferimento soprattutto a categorie più deboli come bambini e anziani, il medico è tenuto ad una visita a domicilio.
La visita a domicilio è avallata dalla giurisprudenza maggioritaria che riconosce al medico di famiglia la qualifica di pubblico ufficiale ex-articolo 357 del Codice Penale. Se sussiste omissione di visita di un paziente al proprio domicilio le conseguenze vanno dall’omissione di soccorso in su.
Possiamo concludere che il malcostume di delegare parte dell’attività sanitaria al 118 è contrario alle norme in vigore; condotte queste da segnalare agli organi competenti come l’Ordine dei medici della provincia. Conseguenza di una tale omissione è l’aggravamento del peso assistenziale sulle spalle di ospedali e pronto soccorso, con ricadute sull’intera collettività. Se i medici moderni hanno l’insensata idea che i malati si debbano curare da soli allora decade anche il loro ruolo e la loro funzione sociale. Forse non è loro chiaro qual è il loro compito: intervenire ove necessita per salvaguardare il bene della comunità.

Paola Boschi

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