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Medico in quarantena in una villa nel Canturino

alt«Ormai è una psicosi». Tra 12 giorni la certezza di non aver contratto il virus
Meno dodici. Soltanto il prossimo 5 novembre il chirurgo e l’ostetrica italiani rientrati 10 giorni fa da un ospedale africano della Sierra Leone potranno avere la certezza di non aver contratto il virus Ebola.
Fino a quel giorno, il medico rimarrà in isolamento in un’abitazione in Brianza, nella zona del Canturino, chiuso in una villetta messa a disposizione dal cognato.
Solo, senza contatti con altre persone per scongiurare qualsiasi rischio.
Analoga la situazione della collega

, che sta trascorrendo la quarantena nel suo appartamento di Milano.
L’isolamento totale è una misura precauzionale. Paolo Setti Carraro, chirurgo milanese e fratello di Emanuela Setti Carraro (la giovane crocerossina che morì uccisa da Cosa Nostra, in una strada della vecchia Palermo, a fianco del marito Carlo Alberto Della Chiesa), risponde al telefono e spiega serenamente la situazione.
«Ho scelto di venire qui in Brianza perché avevo la possibilità di utilizzare un’abitazione messa a disposizione da un familiare – dice – Sono isolato, credo che nessuno tra le persone intorno abbia badato alla mia presenza». Il medico sta bene, così come l’ostetrica Chiara Maretti, e non ha alcun sintomo che possa far pensare alla terribile febbre emorragica. «Il mio livello di rischio è da intermedio a basso – dice – In accordo con il ministero della Salute e Cuamm Medici con l’Africa, l’associazione con la quale ho lavorato in Sierra Leone, abbiamo deciso per l’isolamento in casa, evitando di stare a contatto con altre persone. Due volte al giorno misuro la febbre. L’Asl di Milano mi chiama per avere aggiornamenti costanti e riferisce poi la situazione al centro regionale e al ministero».
In Italia, secondo il medico, Ebola sta diventando una psicosi. «Poco dopo il mio arrivo in aeroporto ho ricevuto la chiamata della mamma di una compagna di mia figlia, preoccupata che ci fossero rischi – dice Setti Carraro – Ormai è una psicosi e naturalmente devo tutelare me, la mia famiglia, mia figlia e i compagni. Ho salutato mia figlia da lontano e mi sono fatto accompagnare in questa casa da mia moglie, evitando contatti con chiunque. Ho anche scritto subito una lettera al preside della scuola di mia figlia per chiarire la situazione». Il chirurgo milanese sarebbe dovuto rimanere in Sierra Leone, a Pujehun, fino a dicembre. La scelta di anticipare il rientro è stata dettata dal comportamento del personale sanitario locale.
«Ci siamo resi conto che gli operatori locali avevano violato i protocolli per il trattamento dei pazienti isolati per il sospetto di Ebola o con una diagnosi certa del virus – racconta Paolo Setti Carraro – In quella situazione, il rischio di una esposizione indiretta e involontaria non prevista era aumentato in modo considerevole. Insieme con Chiara, abbiamo deciso di rientrare subito. Quando non sai se chi lavora accanto a te rispetta realmente i protocolli, la sicurezza personale cade in modo verticale. Il personale nazionale – continua il medico – per quanto dedicato, preparato e istruito ha spesso comportamenti “leggeri”. La percezione del rischio è inferiore alla nostra, l’idea della malattia è diversa. Si espongono a rischi insensati e ingiustificati. Non posso dire che sia la prassi, ma purtroppo sembra che non si impari mai abbastanza dagli errori umani. Per comportamenti di questo tipo sono già morti numerosi operatori, 23 ad esempio in un solo ospedale».
Paolo Setti Carraro conta ovviamente i giorni e le ore che lo separano dal 5 novembre, quando potrà riabbracciare la moglie e la figlia.
«Fino ad allora resterò chiuso qui, evitando qualsiasi contatto – conclude – Mi faccio lasciare fuori dalla porta anche il cibo, in modo che l’isolamento sia totale. Deve essere ben chiaro a tutti però che il malato di Ebola è sintomatico, ed è infettivo solo dal momento della comparsa dei sintomi».

Anna Campaniello

Nella foto:
Paolo Setti Carraro, chirurgo attivo con l’associazione “Cuamm Medici con l’Africa”, è tornato da pochi giorni dalla Sierra Leone dove ha lavorato con l’ostetrica Chiara Maretti (accanto a lui nella foto)
25 Ottobre 2014

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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