Economia

Meno tasse e meno burocrazia. È il pragmatismo elvetico a conquistare gli imprenditori

alt«Le aziende non chiudono in Italia, cercano al contrario nuovi sbocchi»

(f.bar.) L’oasi della vicina Svizzera attira sempre di più.
Da un lato cresce a dismisura il numero dei lavoratori che oltrepassano ogni giorno la dogana – il dato più recente parla ormai di 60mila persone – dall’altro anche gli imprenditori di “frontiera” stanno organizzando sempre più di frequente il trasloco.
Gli stipendi mediamente più alti per i dipendenti in arrivo dall’Italia e la minor oppressione fiscale per i capi d’azienda stanno così caratterizzando una vera e propria

“fuga” dal Belpaese.
E c’è chi ha già varcato il confine da tempo ed è pronto a fornire un’adeguata consulenza a chi vuole organizzare il trasferimento in terra elvetica.
«Innanzitutto una premessa è doverosa: non abbiamo alcun interesse a fare operazioni non trasparenti. E lo stesso approccio da parte degli imprenditori altro non è che un avvicinamento serio a questa realtà. Nessuno vuole scappare dal fisco italiano. Si cercano esclusivamente le migliori condizioni per poter fare impresa». Le parole sono di Ruggero Cantaluppi, vicepresidente di Swiss Valor Advisory (Sva), società svizzera che assiste le aziende, comprese le piccole realtà artigiane, intenzionate a provare la ricetta rossocrociata.
«Ma il punto fondamentale è sempre lo stesso: non si sta parlando di aziende che chiudono in Italia per aprire in Svizzera. In tal caso i numeri sono statisticamente irrilevanti. Non è ciò che offriamo o consigliamo. Chi pensa di poter agire così sbaglia in partenza», commenta Ruggero Cantaluppi.
«Noi trattiamo essenzialmente con imprenditori che vogliono cercare sbocchi commerciali sul mercato elvetico, pur restando aziende italiane a tutti gli effetti. Con chi ha deciso di espandersi e di esplorare nuove opportunità», spiega sempre Cantaluppi.
Il presupposto che non deve essere dimenticato è che la Svizzera può e deve essere vista come una base per possibili progetti di internazionalizzazione e di espansione. Un trampolino per incrementare l’export, giusto per citare un esempio.
«L’aspetto fiscale che un tempo era la vera attrattiva è ora solo una delle svariate componenti. Ciò che incide molto è, ad esempio, la presenza di una burocrazia meno opprimente e di un approccio decisamente pragmatico delle istituzioni in tema di permessi e autorizzazioni. Inoltre una certezza giuridica decisamente più stringente», aggiunge sempre Ruggero Cantaluppi. Va detto come l’interesse per la Confederazione sia progressivamente cresciuto a partire dal 2011.
Negli ultimi due anni, infatti, complice inevitabilmente la crisi, gli imprenditori, specialmente quelli della Lombardia e dei territori di confine, hanno cominciato a guardarsi intorno. Il frontalierato d’impresa dunque è ormai una realtà. Al convegno “Bevenuta impresa nella città di Chiasso”, organizzato lo scorso settembre nella città ticinese, 263 aziende lombarde si sono messe in fila per assistervi. E poi, ovviamente, ci sono gli artigiani italiani che – complice la domanda interna scarsa – vogliono prendere commesse oltreconfine. E qui intervengono spesso le associazioni di categoria.
«Svizzera, Germania e Francia sono i mercati di riferimento per le piccole aziende del legno arredo – spiega Enzo Fantinato, funzionario di Cna Como che si occupa di internazionalizzazione – Noi forniamo informazioni, supporto e strumenti per gli associati che vogliono vendere anche in Svizzera. Le regole del mercato elvetico sono diverse dalle nostre: bisogna conoscerle, altrimenti si rischiano sanzioni anche pesanti. Fino a 20mila euro».

Nella foto:
Sono sempre più numerosi gli imprenditori italiani che chiedono informazioni su una possibile delocalizzazione in Svizzera
27 Nov 2013

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