Metà dei frontalieri ancora a casa. Nell’ultima settimana 35mila i transiti giornalieri

Frontalieri

Metà dei frontalieri non ha ancora ripreso il suo lavoro in Ticino. Non va in fabbrica o in ufficio, oppure continua a lavorare da casa in modalità “smart”. Il comandante della polizia cantonale, Matteo Cocchi, a capo in queste settimane anche dello Stato maggiore cantonale di condotta – l’organismo che ha gestito oltreconfine l’emergenza Coronavirus – ha fornito ieri pomeriggio in conferenza stampa a Bellinzona i numeri più aggiornati del transito quotidiano dei lavoratori italiani della fascia di confine.
«Nell’ultima settimana – ha detto Cocchi – siamo a 35mila unità. Un dato costante, che si è ripetuto giornalmente. Prima che esplodesse l’epidemia del Covid-19 si toccavano punte di 65mila persone». Rispetto all’inizio della fase 2, ha detto ancora il comandante della polizia cantonale, «il passagio è sicuramente aumentato, ma è ancora relativamente basso».
Anche per questo la Svizzera non ha deciso la riapertura di tutti i valichi, per quanto nei prossimi giorni è possibile che l’amministrazione federale – cui compete ogni decisione sulle frontiere – decida di completare la riapertura delle dogane.
Secondo il delegato cantonale per le relazioni esterne, Francesco Quattrini, presente anch’egli alla conferenza stampa di ieri, «la situazione del traffico ora è abbastanza fluida. Le segnalazioni giunte alle autorità ticinesi, per esempio sulle code in entrata, sono state molte – ha detto Quattrini, riferendosi ovviamente anche alle richieste dei partiti italiani impegnati in una polemica senza fine sui ritardi accumulati ogni mattina dai frontalieri per le code – e 11 valichi su 16 sono stati aperti l’11 maggio scorso. Poiché le decisioni spettano al governo federale, il Cantone ha potuto svolgere soltanto un ruolo naturale di ponte, captando le preoccupazioni che sono sorte da entrambi i lati della frontiera e dando anche le relative rassicurazioni a chi chiedeva che si facessero i necessari aggiustamenti».

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