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Mette i brividi pensare che vita o morte siano decisi da una tastiera

Pur dispensando un sapore agrodolce, la notizia della minaccia autolesionistica, poi fortunatamente rientrata, del ciclista Mauro Santambrogio offre diversi spunti di riflessione.Diciamo subito che esistono il suicidio, il tentato suicidio e il suicidio annunciato. Del primo si sa niente. Manca all’appello chi potrebbe raccontarne la genesi e la messa in opera.Resta confinato negli angoli misteriosi della mente umana, nel limite estremo, dove la volontà supera l’istinto primordiale

più forte, quello della sopravvivenza.Proprio per l’assoluto mistero che l’avvolge non è possibile, né lecito esprimere giudizio alcuno, né tantomeno purtroppo averne comprensione per fare prevenzione.Al massimo si possono balbettare caroselli di ipotesi sulla tempesta mentale e tentare timide interpretazioni, come si legge anche su sommi libroni dell’arte medica.Diverso è il tentato suicidio, estremo disperato sforzo di richiamo di un’attenzione carente per chi lo esprime.Ma l’annunciato suicidio è qualcosa di ancora diverso. Una minaccia ancor più embrionale, per certi versi odiosa, come tutte le minacce, ma altrettanto pericolosa se non compresa o non raccolta.Non può quindi in alcun modo essere sottovalutata, mai. Risulta però spesso difficile capirla. Non sempre è così facile e scontata, perché si usano termini alternativi, talora desemantizzati o indiretti, per paura di chiamare con il proprio nome un gesto esecrabile anche agli occhi della collettività e non solo del singolo.Nel caso in questione, poi, il tutto è amplificato e ricoperto di un alone nuovo, perché trasmesso in forma nuova, un social network.E va subito detto che stavolta lo strumento informatico ha forse salvato la persona che se ne è servito. In assenza dello stesso ci sarebbe stata una telefonata, un bigliettino, magari non raccolti e quindi tragicamente inutili.Il network, in questo caso Twitter, ha fatto invece da volàno amplificando il messaggio. Mette i brividi pensare che la vita o la morte possano essere decisi da una tastiera, ma stavolta diciamo viva il social network, non solo perché ha salvato il famoso ciclista e ci ha dimostrato di essere un formidabile strumento di aggregazione e non di isolamento, ma anche perché ci ha ricordato che alla fin fine il comune denominatore del momento finale di simili tragici gesti è la solitudine, che assale dopo che la disistima ed il senso di fallimento hanno lasciato la gola scoperta.Twitter, grazie alla sua universalità, ha abbattuto il muro della solitudine che isola chi non vede una via d’uscita dalle proprie angosce. E, quindi, se vogliamo operare un’adeguata prevenzione, per quanto possibile, di simili atti, è proprio sull’isolamento che dobbiamo lavorare.

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