Mille miliardi di euro da “cacciare”: il tesoro italiano nelle banche di Lugano

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«I soldi sono come l’acqua: scorrono comunque. Se non vengono da noi vanno altrove. Quindi si cerca di fermarli, evitare che scappino». Chi parla è un banchiere svizzero, rigorosamente senza volto e senza nome. Uno di quegli uomini abituati al riserbo assoluto, custode di segreti inconfessabili. Oltre che di numeri da brivido. Intervistato da Nunzia Penelope, giornalista d’inchiesta e autrice, tra l’altro, di una trilogia sul denaro (tre volumi che si occupano del complesso e variegato mondo economico- finanziario della penisola), il banchiere dice e non dice. Molte cose stanno cambiando, ammette, e con la voluntary disclosure, lo scenario tendenzialmente assumerà una fisionomia del tutto diversa, persino impensabile fino a qualche tempo fa. «Per ottenere un’informazione da noi occorreva una rogatoria internazionale, e sappiamo tutti quali sono i tempi di una simile pratica». Ma in futuro «avere un cliente non in regola potrebbe significare un’accusa di riciclaggio. In prospettiva, dovremo tutti adeguarci, forse». Già, forse.
Perché la partita che si gioca in questi mesi (e che continuerà sino all’entrata in vigore definitiva degli accordi sullo scambio automatico di informazioni) ha una posta gigantesca: 1.000 miliardi di lire, almeno, nella sola piazza luganese.
Cifre non ufficiali ma stimate da persone che sanno fare i conti, dice Nunzia Penelope. La quale pubblica questo e altri dati nell’ultimo suo libro, Caccia al tesoro, 30.000 miliardi: dove sono nascosti, come recuperarli (Ponte alle Grazie, 224 pagine, 13 euro), terzo della trilogia nelle cui pagine si trovano le dichiarazioni del banchiere elvetico e molte altre informazioni.
«Nella sola Confederazione, secondo la Banca d’Italia, negli ultimi 4 anni sono affluiti quasi 200 miliardi in nero dal nostro Paese – dice la giornalista romana – E questo malgrado i 104 miliardi rientrati con lo scudo fiscale del 2010».
L’intero stock di capitali provenienti dal Belpaese e accumulati nei forzieri elvetici ammonterebbe a circa mille miliardi, metà del nostro colossale debito pubblico. «Quando si parla di cifre simili – spiega ancora Nunzia Penelope – è difficile credere che basti una firma su un pezzo di carta per farla finita. Gli stessi accordi firmati dal nostro governo con Svizzera e Liechtenstein, del resto, saranno operativi soltanto tra un paio di anni: c’è tutto il tempo di spostare i capitali altrove, come del resto sta già accadendo».
La partita si gioca sul filo di un tempo e uno spazio ristretti. «Se i big del credito elvetico si preparano a smobilitare i conti più imbarazzanti, altri istituti meno prestigiosi non vanno troppo per il sottile – scrive Penelope – Sono molte le banche che hanno costruito il proprio business esclusivamente sulla riservatezza e la gestione del “nero” di provenienza italiana, e di trasparenza non amano sentir parlare, né ora né mai. E proprio qui si trovano, al momento, i migliori servizi per una certa clientela». Scalare la montagna di denaro depositata nel forziere elvetico, insomma, non è impresa facile.
Soprattutto se si considera il fatto che soltanto i «poveracci» – coloro, cioè, che possiedono meno di 500mila euro – potrebbero più o meno facilmente essere rintracciati dal fisco attraverso una ricognizione dei conti. Tutti gli altri, la grande maggioranza, possiede patrimoni superiori ai 5 milioni di euro. Gestiti spesso da società blindate e trust di vario genere, in un gioco di scatole cinesi praticamente impossibile da ricomporre e decifrare.
«Negli ultimi 20 anni, un filo robustissimo e continuo ha tenuto assieme corruzione, evasione, trasferimenti di ricchezza all’estero, pressione fiscale – conclude Nunzia Penelope – Lo stesso filo si è stretto al collo della nostra economia, strangolandola quasi fino alla morte».

Dario Campione

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