Cronaca

Minasi all’attacco: «Sono innocente, chiedo un processo pubblico»

Anomala istanza di abbreviato a porte aperte per l’avvocato ritenuto vicino alla ’ndrangheta
«Chiediamo di poter fare un rito abbreviato a porte aperte. Un’anomalia, certo, ma il mio cliente è innocente e vuole che tutti lo sappiano».
Con questa insolita istanza, presentata dall’avvocato Roberto Rallo, si è aperto ieri mattina il processo a carico di Vincenzo Minasi, l’avvocato con studio a Como, in via Varesina, finito al centro di una maxi-inchiesta dell’antimafia contro la cosca di ’ndrangheta dei Valle-Lampada. Minasi, per la Dda, era vicino alla cosca calabrese, tanto
vicino da meritare le manette e la reclusione in carcere dove è tuttora rinchiuso. Ieri il legale era in aula, di fronte al procuratore aggiunto Ilda Boccassini, e l’istanza presentata ha subito scompaginato i piani. L’accusa non si è pronunciata, e il giudice ha rinviato tutti per la decisione al prossimo 30 maggio.
Prima però la difesa ha depositato anche una corposa memoria di un centinaio di pagine per chiarire la posizione del proprio assistito. Minasi fu arrestato lo scorso mese di dicembre. Secondo i pm che firmarono le 810 pagine dell’ordinanza che portò in cella l’avvocato, il legale avrebbe aiutato in vario modo gli affari del clan Valle-Lampada. Attività che erano volte a «favorire l’associazione» ed erano svolte utilizzando linguaggi in codice. Un aiuto che, sempre secondo la tesi accusatoria, andava al di là del rapporto tra legale e assistiti. «Era un consigliere a disposizione degli associati – scrivono i magistrati – Una presenza totalizzante. Quando un difensore raccoglie notizie coperte da segreto, le divulga tra gli associati, predispone strategie di occultamento del patrimonio, si intesta beni degli associati, va ampiamente oltre il mandato difensivo».

Mauro Peverelli

Nella foto:
L’ingresso dello studio di Vincenzo Minasi, legale in cella da dicembre
9 maggio 2012

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