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Mino Favini: «Questa Italia specchio del Paese. Ora bisogna puntare sui vivai e sulla qualità dei giovani giocatori»

La bruciante eliminazione ai MondialiMino Favini, grande talent scout, e il malessere del nostro calcio«Bisogna ripartire dal vivaio e dai giocatori bravi e non guardare soltanto alla prestanza fisica». Parole di Mino Favini, uno tra i più grandi talent scout italiani, all’indomani dell’eliminazione dell’Italia ai Mondiali in Brasile. In molti – tra cui Tarcisio Burgnich sul “Corriere di Como” – hanno parlato di un problema strutturale del calcio del nostro Paese, di giovani che non vengono valorizzati. Ecco perché è interessante sentire l’opinione dell’uomo di calcio che all’Atalanta

ha lanciato Cesare Prandelli come tecnico e che sul Lario, fino al 1990, ha fatto conoscere personaggi importanti. L’elenco è lunghissimo, ma si possono citare, tra gli altri, Gianluca Zambrotta, Pietro Vierchowod, il compianto Stefano Borgonovo, Luca Fusi, Roberto Galia e Gianfranco Matteoli.Mino Favini, molti sostengono che quello del calcio italiano sia un problema strutturale, che arriva da lontano, a partire dalla scarsa valorizzazione dei ragazzi del vivaio.«Sono d’accordo. Penso che in questi anni ci siano stati criteri di selezione sbagliati. Si è pensato soprattutto all’aspetto fisico e non all’attitudine tecnica, alla qualità. E alla fine lo abbiamo pagato. Ai Mondiali, a parte un paio di difensori e Andrea Pirlo, non c’erano elementi di qualità. E alla fine il risultato si è visto».C’è chi sostiene che il c.t. Prandelli alla fine abbia dovuto raschiare il fondo del barile per le sue convocazioni per il Brasile.«Premesso che per me Cesare Prandelli è prima di tutto un amico, devo dire che effettivamente non ha avuto molte possibilità di scelta. Poi qualche errore può averlo commesso, ma sicuramente la situazione non ha facilitato il suo lavoro».Troppi stranieri nelle maggiori squadre della nostra serie A, ma il problema è anche una “filiera” che non ha funzionato.«Esattamente. Ribadisco che serve una riflessione sull’organizzazione dei vivai, perché servono prestanza fisica e attitudine al lavoro, ma è necessario tornare a puntare sulla qualità».Un cammino che lei ha fatto prima con gli azzurri, poi all’Atalanta.«Posso raccontare un aneddoto. Quando portai Gianfranco Matteoli al Como, qualcuno mi disse che era piccolo, che non aveva il fisico. A me, invece, bastò vedere come saltava l’uomo. E alla fine è andato in grandi club e anche in Nazionale».A proposito di personaggi lanciati nel grande calcio. Lei conosce bene Prandelli… Come valuta le sue dimissioni dopo l’uscita dai Mondiali in Brasile?«Un gesto da persona seria, che tutti conosciamo. Si è assunto ogni responsabilità anche se non sono tutte sue. Questa eliminazione è in realtà colpa di tutti. Dirò di più: la squadra si è rivelata lo specchio di un Paese che ha tanti problemi, a partire da quello del lavoro; un’Italia dove i giovani sono demotivati. Una fase delicatissima e negativa che è stata trasferita sul campo».Tra le questioni che hanno fatto più scalpore, la dissociazione dei “senatori”, Buffon e De Rossi in particolare, da Mario Balotelli e dai suoi atteggiamenti. Che idea si è fatto su questa vicenda?«Io dico che Balotelli è sicuramente un buon giocatore. Ma i grandi calciatori sono fatti in maniera differente, anche nel loro comportamento. Ed è proprio dagli atteggiamenti che si ottiene il rispetto dei compagni. Diciamo che lui in questo momento è… molto lontano».In conclusione, da dove deve ricominciare il calcio del nostro Paese?«Lo dico con grande affetto e passione, gli stessi che ho da sempre inalterati, anche se ora ho 78 anni. È necessario ripartire dai vivai, vanno formati i giovani sotto ogni profilo, fisico e comportamentale, e tenendo curata la qualità. È una ricetta che in passato ci ha dato tante soddisfazioni, è la strada giusta: basta avere il coraggio di intraprenderla».

Massimo Moscardi

Redazione

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