Missione voragini, specialità comasca

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

La tendenza di Como a collezionare voragini che poi diventano pian piano nel corso degli anni autentici buchi neri sta assumendo proporzioni notevoli.

La scorsa settimana sul “Corriere di Como” abbiamo segnalato che per la seconda volta l’asta per la vendita da parte del Demanio dell’ex carcere di San Donnino è andata deserta, dopo che nel 2016 già il Comune non aveva manifestato interesse all’acquisto. Costa, al prezzo fissato dall’ente, poco più di un milione, e oltre a essere un reperto storico e una fetta di memoria della città (come ha documentato con i suoi reportage il fotografo Gin Angri) sarebbe un’occasione per  dare più spazi alla vicina Pinacoteca. Sogno nel cassetto da anni, e come tale destinato a restarvi piuttosto a lungo.

Analogo destino ha l’ex centrale termica della Ticosa, unico residuo ancora in piedi della parte pubblica della tintostamperia, vincolato dalla Soprintendenza e al centro di proposte culturali diverse: museo del Razionalismo, museo dei trenini della Rivarossi di Sagnino, sede del Museo della Seta,  oppure struttura sussidiaria dell’ateneo insubrico che è a due passi. Intanto, è tutto fermo. Il Comune è di recente corso ai ripari con un blitz per impedire che l’edificio svolgesse l’unica funzione cui la città l’aveva provvisoriamente destinato senza volontà, ossia ricettacolo di senza tetto. E l’ha murato. Il Politeama, che ha una lunga e gloriosa storia alle spalle,  non merita di fare la stessa fine. È di cemento armato, è vero, ed è vincolato, ma questo non impedisce al degrado e ai suoi fedeli scudieri e cioè all’umidità e  alla polvere di fare il loro  mestiere. Sempre che nel corso del tempo qualche varco o anfratto non permetta ai senza fissa dimora di farne un provvisorio albergo. La domanda è ora, visto che è di fatto sul mercato, chi si accollerà l’onere di un comunque ingente capitale per restituire alla città un immobile che il Comune intende mantenere con finalità culturali. Con l’aria di crisi che spira da tempo sul mercato del mattone, e che  ha falciato tante  imprese storiche del territorio, la speranza è in qualche investitore capace di cifre da sei zeri con passaporto straniero. A meno che per una volta la cosiddetta società civile comasca non abbia uno scatto d’orgoglio e metta la mano sul cuore e l’altra al portafogli.

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