Sport

Mondiali del ’54, doppia lezione di calcio dalla Svizzera

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Il calendario appeso in cucina sopra la ghiacciaia recita 17 giugno 1954, festa del Corpus Domini. In Svizzera si giocano i Campionati del Mondo di calcio.
Nel pomeriggio tocca ai nostri azzurri: Ghezzi “kamikaze” per le sue uscite spericolate a valanga, Lorenzi “veleno” per il carattere nient’affatto conciliante con avversari e arbitri, Boniperti “Marisa” per la delicatezza e l’eleganza con cui tocca il pallone e irride chi osa contrastarne le virtù pallonare.

Dall’altra parte i piccoli svizzeri tra i quali milita, ma oggi non gioca, un calciatore amatissimo a Chiasso e anche a Ponte Chiasso. Si chiama Ferdinando Riva, Puci per gli amici, classica ala, destra o sinistra per lui è lo stesso. Gioca nel Chiasso, squadra che si batte con grandi soddisfazioni nella massima divisione elvetica, ha un negozio appena oltre la frontiera. Benvoluto per la sua semplicità, è amico di tutti.
Invidio i miei compagni, Giampiero, Giuliano, Gerardo, che possono indossare la maglia rossoblù dei “pulcini” del Chiasso… Il Riva ticinese ha esordito in nazionale contro gli azzurri tre anni prima a Lugano, segnando addirittura il gol del pareggio della Svizzera dopo la rete di Boniperti. Da pochi mesi sono iniziate in Italia le trasmissioni tv, ma il televisore ce l’hanno in pochi, gli abbonati sono 24mila, l’abbonamento annuale costa 12.500 lire e un apparecchio televisivo più di 200mila lire, ovvero circa quattro stipendi mensili di un impiegato.

Ho deciso che la partita la vedrò alla tivù in un bar di Chiasso, quello davanti alla stazione, appena passata la dogana. Potrei andare al bar Campione sotto casa, ma il televisore è piccolo e poi volete mettere la soddisfazione di vedere i miei amici-nemici tifosi di Chiasso soffrire di fronte alle prodezze dei nostri fuoriclasse.
Inutile sottolineare la grande rivalità sportiva che divide gli abitanti di Ponte Chiasso da quelli di Chiasso. Si attraversa la dogana a testa alta in occasione di vittorie e invece si passa sottomessi e bistrattati dai poliziotti di frontiera in caso di tracolli.
Il mondiale di calcio è l’occasione buona per vendicare l’umiliazione subita dagli svizzeri nel Giro d’Italia: il quasi sconosciuto elvetico di origine italiana Carlo Clerici primo al traguardo di Milano, seguito dall’ammiratissimo compagno di squadra Hugo Koblet, quello che prima di arrivare al traguardo estrae di tasca il pettinino e si sistema i capelli biondi per i flash dei fotografi e l’entusiasmo delle sue numerosissime ammiratrici. Un disastro i nostri eroi su due ruote: il campionissimo Coppi quarto a più di mezz’ora di distacco, addirittura tredicesimo Ginettaccio Bartali.
Ed eccomi seduto al bar di Chiasso, di fronte alla stazione, attorniato da esagitati tifosi chiassesi. Un ambiente puzzolente di fumo e di birra come contorno… Il televisore a tanti pollici in alto bene in vista per tutti, il colore è da venire, la voce non è quella familiare di Carosio. Le immagini della partita sono trasmesse dalla Rai, ma l’audio, grazie a un opportuno accorgimento tecnico, è quello della radio svizzera, telecronista il bravissimo Giuseppe Albertini.
Gli “hop hop Suisse” dei tifosi ticinesi nel bar fanno eco agli scatenati rossocrociati, che irrispettosi della fama pallonara degli azzurri uccellano i nostri con un paesano catenaccio, loro lo chiamano pomposamente “verrou”, seguito da quel “palla lunga e pedalare” di sapore parrocchiale che li porta a un gol nei primi minuti e a una seconda rete nel finale, dopo il momentaneo pareggio di Boniperti.
Nello stadio di Losanna la partita finisce in un tripudio di bandiere rossocrociate mentre il bar si svuota lentamente. Insieme ai miei amici di disavventura calcistica attraverso mesto la dogana sotto lo sguardo canzonatorio delle guardie svizzere.
Per fortuna non tutto è perduto; il 20 giugno molliamo quattro pappine al Belgio e andiamo allo spareggio proprio con gli svizzeri. Quel mercoledì 23 giugno, San Lanfranco, recita l’oroscopo: “Pericolosa minaccia di temporale per l’entrata del Sole in Cancro sotto il segno di Saturno”. Io non credo alla cabala, ma sul campo simile disastro nessuno l’avrebbe pronosticato. Bar, questa volta, di Ponte Chiasso, tifo amico, svizzere solo birra e sigarette, ahimé la stessa musica. “Pum, pum, pum, pum”, quattro gol dei rossocrociati a un inebetito Viola bianconero, preferito a Ghezzi nerazzurro, contro uno dei nostri.
Azzurri spediti ignominiosamente a casa e noi, poveri pontechiassesi, vittime designate e incolpevoli degli sberleffi dei cari “nemici” d’oltre frontiera.
Magra consolazione la lezione subita dai rossocrociati, ridimensionati con un punteggio tennistico, sette a cinque, ad opera dell’Austria nel turno successivo.
Sono comunque sopravvissuto alle brutali sconfitte e conseguenti prese in giro dei chiassesi. Nessuna conseguenza neppure per i miei amici pulcini del Chiasso, anzi uno di loro, Giuliano, il più bravo, delicato nei tocchi di piede e fine di testa, con i rossoblù ha giocato per anni in prima squadra.
Per i patiti di pallone ricordo che i mondiali del ’54 sono finiti con la vittoria dei tedeschi, i quali hanno sconfitto in una finale rocambolesca i favoritissimi magiari del colonnello Puskas, vittoria tuttavia macchiata dall’ombra inquietante di un’improvvisa epatite che colpì i pedatori teutonici subito dopo il mondiale.

Nella foto:
L’azzurro Benito Lorenzi, detto “veleno” per il carattere poco conciliante con avversari e arbitri, in azione in una delle due sfortunate prove della Nazionale italiana contro la Svizzera ai Mondiali di Calcio del 1954
18 maggio 2014

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