Cronaca

Monica Sanchi: «Chiudo gli occhi e vedo Mannina. Ho avuto paura per me e per i miei figli»

alt L’omicidio di Mozzate Carcere “a tempo” per la donna del killer
«Io avrei affidato a Dritan senza problema i miei figli. Poi quella sera, quando ho aperto la porta di casa, ho conosciuto all’improvviso una persona diversa. E da quel momento ho avuto paura per me e per i miei figli».
Monica Sanchi, 36 anni, cameriera di Riccione arrestata per il concorso nell’omicidio di Lidia Nusdorfi, ha risposto ieri alle domande del giudice delle indagini preliminari di Como, Luciano Storaci, nel corso dell’interrogatorio di convalida davanti anche al suo avvocato

, Nicola De Curtis. Il gip ha convalidato il fermo e disposto una misura insolita, ovvero la custodia cautelare in carcere a tempo, per un mese. La difesa aveva invece auspicato i “domiciliari”, anche e soprattutto in merito al fatto che la Sanchi è madre di tre figli piccoli. Il giudice avrebbe però confermato la misura restrittiva a causa del momento particolarmente delicato in cui si trovano le indagini sia per l’omicidio di Nadia Nusdorfi del 1° marzo, sia per quello di Silvio Mannina, avvenuto a Rimini la sera precedente. Sui due delitti – dopo gli arresti di Dritan Demiraj e della sua compagna, Monica Sanchi – ci sono da svelare altri misteri, come l’identità dell’uomo che era in auto con i due fidanzati a Mozzate (e che fece da “palo” a Dritan nell’assassinio di Lidia), sia chi c’era nella casa di Dritan, a Rimini, dove sarebbe stato ucciso Mannina dopo essere stato torturato. Si parlerebbe addirittura di due persone (uomini) oltre al 29enne pasticciere albanese e a Monica.
Ma tornando all’interrogatorio di ieri mattina, il giudice ha chiesto conto a Monica soprattutto del perché “sposare” un simile progetto criminale senza un movente. Se Dritan infatti era l’ex della Nusdorfi, arrabbiato per essere stato abbandonato, la Sanchi non conosceva né lei né il suo ultimo compagno, Mannina. «Non sapevo che volessero uccidere Silvio», avrebbe detto la cameriera di Riccione. «Io pensavo solo che volessero chiedergli informazioni per contattare Lidia». Per questo la donna si sarebbe prestata ad attirarlo in un tranello, contattando Mannina su Facebook e promettendogli una notte di sesso. Una volta a Rimini, Silvio sarebbe stato condotto nella casa di Dritan Demiraj dove ad attenderlo c’erano la tortura (per costringerlo a fissare un appuntamento con Lidia per il giorno dopo) e la morte. «Prima di aprire la porta conoscevo un Dritan buono e gentile a cui avrei affidato i miei figli – avrebbe detto Monica – Poi ne ho conosciuto un altro. Ancora oggi, quando chiudo gli occhi, rivedo quello che hanno fatto a Mannina». Da questo momento – secondo la versione fornita dalla donna – Monica avrebbe avuto paura per sé e per i figli, e per questo non avrebbe raccontato la verità cercando di volta in volta una versione diversa sui delitti. «Se una persona mi dicesse che mi ammazza mi metterei a ridere. Ma dopo aver visto quello che hanno fatto ho avuto paura e ho eseguito quello che mi dicevano».
Il giudice, come detto, ha poi disposto la custodia cautelare in carcere per un mese. In questi trenta giorni la speranza è che le indagini possano arrivare a chiudere il cerchio anche attorno a tutti i presunti coinvolti nei delitti, che sarebbero almeno altre due persone.

M.Pv.

Nella foto:
Dritan Demiraj indica ai carabinieri del nucleo investigativo di Como il punto in cui ha seppellito Silvio Mannina (foto Manuel Migliorini)
3 maggio 2014

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