Morte per amianto: impresa condannata a pagare

«La responsabilità è ravvisabile» in capo al datore di lavoro, che «non ha dato prova di aver informato appositamente» gli operai «per l’esecuzione di opere di smaltimento dall’amianto», né di aver «sorvegliato affinché tali presidi venissero concretamente utilizzati in ossequio agli obblighi di sorveglianza, di vigilanza e di prevenzione che gli competono».
Con queste parole il giudice del lavoro del Tribunale di Como, la dottoressa Barbara Cao, ha condannato una azienda edile attiva nel campo delle verniciature, imbiancature ed altro, a rimborsare una cifra di 517.355 mila euro ai famigliari di un ex operaio morto per mesotelioma pleurico il 12 novembre 2011 a un anno dalla scoperta della malattia. Cellule tumorali che secondo il tribunale di Como e il consulente chiamato in causa, scaturirono dall’inalazione di fibre o polveri di amianto assunte mentre l’uomo (50enne al momento del decesso) lavorava per conto dell’impresa.
La sentenza è stata resa nota dalla Cisl dei Laghi che, tramite l’ufficio legale, ha assistito i familiari della vittima. La sentenza è stata firmata lo scorso 29 novembre.
Il lavoratore, è stato ricostruito in aula, aveva operato a contatto con l’amianto nei lavori che avevano interessato la sistemazione della piscina Sinigaglia di Como e alcuni istituti scolastici tra Tavernola e Maslianico.
La difesa dell’impresa ha cercato di controbattere, partendo dalla difficoltà a muoversi anni dopo i fatti. I lavori infatti furono realizzati tra il 1988 e il 1991, mentre l’insorgenza del male è avvenuta oltre 10 anni dopo. Fatto però questo compatibile con i danni dell’amianto che si manifestano sempre dopo periodi molto lunghi di latenza che possono raggiungere i 45 anni.
Sempre le difese hanno argomentato che tutte le pratiche di protezione dalle fibre di amianto erano state messe in atto, con tute, respiratori, aree chiuse, docce, ma alcuni testimoni hanno raccontato che nel corso dei lavori le maschere venivano tolte, anche solo per parlare o detergersi il sudore.
Decisiva è però risultata la presunta «mancanza di informazione» e la «sorveglianza» affinché le osservazioni e i dispositivi di legge venissero rispettati.
Mauro Peverelli

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