Morti sospette al Sant’Anna, ingiustizia è fatta

La sentenza – Nessun colpevole e nessun innocente: i tempi del processo lasciano senza risposta i familiari dei pazienti deceduti
Dopo 7 anni dal clamoroso arresto di Angelo Rumi scatta la prescrizione. Rimane soltanto l’oblio
Sette anni fa, quando Angelo Rumi venne arrestato nelle corsie dell’ospedale Sant’Anna e finì in carcere con l’accusa di omicidio colposo, chiesi – anzi, implorai – al mondo della Giustizia di imprimere il massimo della velocità all’inchiesta, per fare luce in modo chiaro su quanto accadde nelle camere operatorie del reparto di “Chirurgia A”.
Poteva apparire come una richiesta scontata. Formulata nell’interesse dello stesso indagato ma, soprattutto, dei cittadini comaschi, che ogni
giorno varcano le porte del Sant’Anna.
Chi entra in via Napoleona – o, tra poco, nei nuovi padiglioni di San Fermo della Battaglia – ha tutto il diritto di essere sereno. Di non avere negli occhi e nelle orecchie le immagini, le parole che ha sentito sulle “morti sospette” nell’ospedale dove si reca per farsi curare.
A distanza di sette anni dobbiamo purtroppo dire, anzi urlare, che così non è stato. Angelo Rumi esce dalle aule di giustizia non perché è stato giudicato innocente e nemmeno perché è stato ritenuto colpevole. Ma semplicemente perché i tempi della giustizia italiana hanno fatto sì che il reato cadesse in prescrizione.
Tutto come se nulla fosse accaduto. Tutto bene, madama la marchesa.
Questo finale – non a sorpresa, purtroppo, visto che lo temevamo già sette anni fa – è indegno di un Paese che vuole definirsi civile.
“Ingiustizia è fatta”, abbiamo scritto oggi nel titolo d’apertura di questo giornale. Se volete, potremmo dire che “Giustizia è sfatta”: il risultato non cambia. Con una aggravante pesantissima. La prescrizione è odiosa per qualunque tipo di reato, ma diventa inaccettabile quando si parla della morte di sette persone e – lo ripetiamo – della serenità di tutti coloro che si fanno curare nei nostri ospedali.
Con quell’arresto l’immagine del Sant’Anna arrivò ai minimi termini, la sua credibilità fu in serio pericolo. Il lavoro di tanti bravi medici, tecnici e infermieri venne offuscato dalla clamorosa inchiesta.
La Giustizia aveva sì il compito di giudicare un uomo e di dare una risposta ai parenti delle vittime. Ma anche di tutelare la professionalità delle centinaia di persone che là in via Napoleona, con mezzi a dir poco scarsi, fanno i salti mortali per dare cure adeguate ai comaschi.
Così non è stato.
Angelo Rumi non è stato giudicato, e abbiamo la presunzione di pensare che anche lui, oggi, dopo sette anni di attesa, possa sentirsi sconfitto. I parenti delle persone morte non conosceranno mai la verità e vivranno i loro giorni a venire nel dubbio, nel dolore e nella rabbia. Nella consapevolezza di vivere in un Paese incapace di dire a un padre, a una madre, a un figlio, a una moglie o a un marito se chi ha curato i propri cari ha sbagliato oppure no.
Non lamentiamoci se i comaschi, in maggioranza, chiedono di diventare svizzeri. Se le risposte sono queste, rischiano di diventare appetibili anche le aride steppe dell’Uzbekistan.
mrapisarda@corrierecomo.it

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