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Moschea a Camerlata, braccio di ferro Lega-parroco

Il Carroccio vota contro la riapertura. Don Giusto Della Valle al fianco degli islamiciLa questione moschea in via Pino, a Camerlata, torna a far parlare di sé. A battere un colpo, questa volta, è il consiglio di Circoscrizione presieduto da Mirko Pontrelli. Il quale, nella serata di mercoledì, ha approvato una delibera in cui esprime forte contrarietà a qualunque prospettiva di trasformazione dell’attuale centro culturale in moschea. «Non vogliamo che quell’edificio diventi un luogo di preghiera per gli islamici», ha tuonato Pontrelli. Che poi ha ricordato la storia dell’edificio, usato inizialmente come moschea, poi chiusa «perché non aveva le condizioni tecniche. E non dimentichiamo le situazioni non molto chiare per quel che riguarda il terrorismo internazionale».Pontrelli ha poi ricordato che «il posto è stato messo a norma come centro culturale, ma non è adibito a luogo di culto. Già una volta era stato detto loro di no, noi vogliamo fare forzature perché non ci sono le condizioni per pregare in quel luogo».La presenza di un centro di preghiera islamico coinvolge anche la comunità cattolica. Tanto è vero che il parroco di Rebbio, don Giusto Della Valle, era presente alla seduta. E tiene a dividere la questione specifica di via Pino («In Italia ci sono delle regole, non si può fare un luogo di preghiera in qualsiasi spazio») dal più generale e sentito problema di una moschea a Como.«Occorre che ogni uomo possa professare in modo comunitario e libero la propria religiosità – spiega il sacerdote – e per questo necessita di spazi adeguati, anche perché gli islamici a Como sono numerosi. Credo che questi debbano essere dati, poi sono le stesse comunità a costruirvi». Don Della Valle ha avuto un’esperienza missionaria in Camerun, in un luogo, ricorda, «nel quale la maggioranza degli amministratori erano di religione islamica».Il parroco racconta che «la missione lì nacque circa 50 anni fa e, alla domanda dei primi missionari di costruire chiese, scuole e ospedali, ci fu un’iniziale resistenza da parte degli amministratori. Ben presto, però, venne superata. E negli anni 50 già c’erano le prime chiese».«Noi non possiamo dire che non diamo agli islamici la possibilità di pregare perché in Tunisia non lasciano costruire le chiese – prosegue il sacerdote – Il principio di fondo è che ogni religione ha diritto a trovare luoghi di culto perché i suoi fedeli possano professare la fede».Tuttavia, alcune distinzioni sono importanti e necessarie, almeno secondo il direttore del Settimanale della Diocesi di Como, don Agostino Clerici. «È il solito problema della distinzione tra luogo di preghiera e moschea», spiega il sacerdote. «Per il musulmano – prosegue – è importante avere un luogo di preghiera, ma la moschea ha un significato di presenza sul territorio che è più ampio del luogo di preghiera: non dimentichiamo che nell’Islam non c’è una distinzione chiara tra potere religioso e potere politico». Dunque, da un lato «ogni confessione religiosa deve avere il diritto di possedere i propri spazi, che significa che nessuno ti impedisca di esercitare la libertà religiosa». Dall’altro, però, è necessaria maggiore cautela sulla moschea, proprio per il suo significato di «occupazione del territorio che va al di là del diritto religioso». Infatti, secondo don Clerici «la richiesta di una moschea non coincide con la richiesta di un luogo di preghiera, che può esserci anche senza una moschea».

Federico Trombetta

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