Cultura e spettacoli, Spettacoli

Mozart inedito al Sociale, parla il direttore

La facciata del Sociale in piazza Verdi La facciata del Sociale in piazza Verdi

Il  24 gennaio il violinista lariano di fama mondiale Davide Alogna tornerà ad esibirsi nella sua città per la “Stagione notte” del Teatro Sociale di piazza Verdi. Con Roberto Prosseda al fortepiano eseguirà di  Antonio Salieri l’ouverture ‘La tempesta di mare’  dall’opera Cesare in Farmacusa, e di   Wolfgang Amadeus Mozart il Doppio concerto in re maggiore K.Anh.56/315f , in prima esecuzione in Italia, scritto dal giovane poco più che ventenne e ricostruito e redatto criticamente da Philip Wilby, più la Sinfonia n. 41 in do maggiore K. 551 ‘Jupiter’. Si esibiranno diretti da  Christian Francesco Domenico Frattima con l’Orchestra Coin du Roi.

Frattima così ci anticipa il senso del recital: “Potremmo definire il concerto del 24 gennaio ‘Le tre grandi assenze di Wolfgang Amadeus Mozart’. Il grande salisburghese infatti non vide mai eseguito uno dei suoi più grandi capolavori, la sinfonia n. 41 K 551 in do maggiore, detta “Jupiter”, che eseguiremo. Allo stesso modo Mozart non terminò il doppio concerto in re maggiore per violino e pianoforte, e quindi fu in qualche modo “assente” alla prima novecentesca del concerto ricostruito. Ma la terza assenza della serata è anche più interessante da un punto di vista storico. Dobbiamo infatti rivalutare in maniera critica e informata il rapporto tra Mozart e Salieri. Wolfgang amava il compositore di corte di origine italiana, tanto da presenziare ad ogni sua opera fino al giorno della propria morte precoce, che gli impedì di presenziare al Cesare in Farmacusa, opera di Antonio Salieri della quale eseguiremo la ouverture brillante”.

Interpretare filologicamente è una sfida a cavallo tra ermeneutica ed esegesi. Cosa vuol dire?

“La musica, forse più delle altre arti, vive il suo perenne contrasto titanico tra eternità e mondanità. Se nel XIX e XX secolo grandi vuoti conoscitivi lasciavano all’interprete la possibilità, anzi la necessità di “interpretare” a proprio modo le partiture del passato, oggi abbiamo strumenti gnostici tali da poter ricostruire con buona certezza il modo di suonare del passato. Ma anche ammesso che la cosiddetta “filologia”, ovvero l’insieme delle prassi storiche da seguire possa tendere alla perfezione assoluta, è forse possibile ricreare l’ascoltatore del passato? È forse possibile ricreare in lui le stesse emozioni che uno spettatore con nei finti e parrucca provava nel Settecento ascoltando un minuetto? Ogni periodo storico è stato contraddistinto da una poetica ben definita, che al netto delle prassi, consuetudini e tradizioni, è ciò che è rimasto ad oggi ed ha contribuito allo sviluppo hegeliano della storia dell’arte. Arrivati a tal punto vi è uno scontro di coscienza la cui risoluzione risulta impossibile, ovvero lo scontro tra la prassi e il fine della prassi stessa. Faccio un esempio: Giovanni Battista Marino scriveva: “Del poeta il fin la meraviglia”, sintetizzando così l’essenza dell’estetica barocca: l’arte del “maravigliare”, stupire. Per questo le macchine sceniche barocche erano tecnologicamente avanzate per gli standard dell’epoca ed incutevano gioia, timore e stupore. Oggi riproponendo “esegeticamente” le stesse macchine sceniche, si attua una corretta filologia, ma di sicuro non si riesce ad incutere nello spettatore le stesse emozioni di meraviglia e riverenza. Propendendo invece per l’altra forza centripeta dell’interpretazione, l’ermeneutica, si tenderebbe a tradurre completamente il messaggio del passato, proponendo la tecnologia attuale, magari immagini 3D ed altri artifici che oggi hanno quel potere immaginifico che la poetica barocca auspicava. Così facendo però attueremmo una operazione che puzza un po’ di modernismo della metà del secolo scorso. Allora qual è il segreto? Semplicemente, un sapiente dosaggio ed equilibrio dei due concetti sopra esposti.”

 

Suonerete con strumenti d’epoca. Perché?

 

“Semplicemente perché credo che l’approccio filologico possa restituire un suono molto più vicino alla nostra sensibilità post-moderna di quanto possano fare gli interpreti non informati. I grandi vibrati ottocenteschi, i glissati melensi, le libertà in merito a tempi e agogica, fanno ormai parte (per fortuna) di un passato che non ci appartiene più, non solo concettualmente ma anche esteticamente. Fare filologia vuol dire perciò fare modernità”.

Ci illustra in dettagli le partiture che ascolteremo a Como?

“La Jupiter è il mito di Prometeo fatto musica. Una partitura titanica, pervasa della volontà di Mozart (forse inconscia) di regalare al genere umano il dono del fuoco, ovvero l’equilibrio perfetto tra teatralità e profondità, tra apollineo e dionisiaco, tra basso albertino e contrappunto. È una delle vette più alte raggiunte dal genere umano, e per quanto tutta la sinfonia sia pervasa da una religiosità laica, a tratti irriverente, panteistica, W. Allen ha definito il secondo movimento <<una prova tangibile dell’esistenza di Dio>>. La nostra interpretazione filologica ne vuole mettere in luce i contrasti, la teatralità, la definizione del suono e le caratteristiche somatiche che oggi, con gli strumenti moderni, si sono perse”.

E il concerto inedito?

“Non è interamente di Mozart che ne scrisse solo un centinaio di battute, non è il materiale tematico più bello della produzione del salisburghese, ma non per questo un concerto privo di interesse. In questo doppio Mozart sembra guardare al futuro, offrendo una scrittura non più a temi segregati ma a grappoli sub-tematici scaturenti da ogni singolo tema principale, anticipando la tipica scrittura beethoveniana. Di particolare interesse il terzo tempo, che Philip Wilby ha orchestrato completamente da un tempo di sonata per violino e pianoforte di Mozart. Si tratta di un rondò ABABA brillante e ricco di personalità”.

E poi c’è colui che il pubblico abituato al film “Amadeus” ritiene l’antimozart per eccellenza, ossia Antonio Salieri.

“L’ouverture da Cesare in Farmacusa è un brano che nella sua semplicità armonica e melodica, nella sua ingenuità compositiva, col senno di poi appare incomparabile con le grandi ouverture mozartiane. Eppure il gusto dei viennesi del tempo prediligeva di gran lunga la sapienza effettistica di Salieri all’algida eleganza compositiva di Mozart, la frenesia ritmica e la immediatezza retorica dell’italiano alla sottigliezza e complessità mozartiana. Salieri è un compositore meritorio di essere riscoperto oggi, se non altro per il suo influsso su Cherubini e Beethoven”.

19 gennaio 2018

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Lorenzo

Lorenzo Morandotti lmorandotti@corrierecomo.it


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