Musei e fase 2, la crisi come opportunità

Mostra Villa Olmo

Riaprono anche sul Lario molti musei dopo la prima drammatica fase dell’emergenza sanitaria. Nel rispetto delle norme igieniche, si possono tornare ad ammirare molte collezioni. Lo stesso avviene nella vicina Svizzera italiana, cui spesso si guarda con attenzione per una migliore gestione della cultura e di tutto l’apparato di strumenti che permette la conservazione della memoria.
Chiediamo oggi a un comasco, l’antropologo Francesco Paolo Campione, direttore del “Museo delle Culture” di Lugano, cosa significa questa “fase 2” per il mondo della cultura e in particolare per i musei.
Professor Campione, che cosa rappresenta la pandemia per i musei?
«Per certi musei è una tragedia; per altri può essere una grande opportunità».
Per chi è una tragedia?
«Per i musei di grandi dimensioni, che dipendono in modo rilevante dalle risorse provenienti dalla biglietteria, dal bookshop e dalla boutique; e per i musei di piccole dimensioni che, oltre a patire già la mancanza di un’organizzazione in grado di assolvere autonomamente alle diverse funzioni, non avranno nemmeno più gli spazi per avviare un processo di sviluppo».
Per chi è invece un’opportunità?
«Per i musei che possiamo chiamare di “medie dimensioni”, a grandi linee quelli che hanno un budget annuale fra i due e i cinque milioni di euro e che, soprattutto, possiedono internamente le competenze e la struttura organizzativa necessarie allo sviluppo. Per questo genere di musei la drastica riduzione delle risorse economiche che provengono dalle biglietterie può essere compensata da una salutare diversificazione delle attività».
Sarà la fine del sistema delle «grandi mostre» che tanto fanno discutere anche sul Lario?
«Direi che per adesso vi è uno scossone e una dolorosa battuta d’arresto. In futuro il sistema potrà forse risollevarsi. La pandemia ha però messo in luce con chiarezza quanto la dipendenza dai ricavi delle visite sia pericolosa per l’organizzazione e la gestione dei musei. In particolare, fra l’altro, in Italia, Paese dove l’infelice sistema delle “concessioni” ha privato ormai quasi da trent’anni i musei della possibilità di uno sviluppo organico e moderno di un proprio sistema di attività».
All’estero va un po’ meglio?
«Sì, perché le organizzazioni museali godono in genere di una larga autonomia che mette il management in condizione di elaborare piani di attività e di sviluppo che riguardano l’intero complesso delle attività: dalla gestione del personale, alla ricerca; dalla politica espositiva alle attività commerciali; dalla formazione alle attività di conservazione e allestimento».
Lei dirige a Lugano una fondazione che gestisce due musei: il Museo delle Culture e il Museo delle Dogane. Che cosa ha significato concretamente per voi la pandemia?
«In primo luogo, la riduzione dell’80% della capacità potenziale di visita e la contrazione del 10/15% delle previsioni di ricavi. In secondo luogo, la necessità di trasformare la crisi in opportunità, di accelerare il progetto di diversificazione che avevamo già in atto».
In quali settori un museo può diversificare le sue attività?
«Moltissimi. Le competenze di cui attualmente disponiamo ci permettono di lavorare nella progettazione di attività espositive per altri musei e organizzazioni culturali, nella cooperazione internazionale, nelle consulenze gestionali, nella ricerca scientifica, nella formazione universitaria, nell’editoria, nelle consulenze e nei servizi ai collezionisti, nella progettazione e realizzazione di architetture d’interni, nella conservazione e restauro».
Quanto «pesano» percentualmente le risorse che provengono da queste attività rispetto all’ammontare complessivo dei ricavi?
«Quindici anni fa, quando sono arrivato a Lugano, erano lo zero per cento. Oggi sono oltre il 50%. Nei prossimi dieci anni dovremo puntare a raggiungere i tre quarti dei ricavi».
Un museo sempre più impresa, quindi?
«Direi piuttosto una moderna organizzazione mista che ragiona e opera come un’istituzione nel suo compito fondamentale di conservare la memoria e i patrimoni materiali delle comunità, ma che si muove ed è gestita come un’impresa nell’obiettivo di assicurare una rilevante quota di autofinanziamento».
E per quanto riguarda i visitatori, che tipo di politica perseguirete?
«La pandemia ha velocemente accresciuto una convinzione che avevo già maturato da tempo. Per i musei di media grandezza, che possiedono la capacità di rinnovare più volte all’anno la loro offerta espositiva, credo che sarà meglio indirizzarsi verso un pubblico in grado di seguire con continuità le proposte dei nostri musei e di parteciparne attivamente lo sviluppo. Penso a qualcosa di simile all’abbonamento a una stagione teatrale, in modo da permettere un adeguato sistema di prenotazioni e di occasioni privilegiate di fruizione: non soltanto delle esposizioni temporanee ma del complesso dei servizi che ho prima elencato».
Quante esposizioni temporanee all’anno offrono mediamente il Museo delle Culture e il Museo delle Dogane?
«Sei il Museo delle Culture e due il Museo delle Dogane. Poi realizziamo mediamente quattro esposizioni temporanee all’anno altrove, per lo più in Italia».
La diversificazione delle attività e dei servizi e la politica di accoglienza che ha prima descritto potrebbero essere applicate anche a Como?
«Direi proprio di sì. La tradizionale organizzazione dei musei civici, seppur avversata da un lungo periodo di riduzione di risorse e da un contesto normativo sempre più sfavorevole, si presta meglio a essere rivitalizzata di quella ormai sclerotizzata dei musei statali. La città, inoltre, può ancora contare su una borghesia colta che presta attenzione alla cultura e su un tessuto imprenditoriale di ottima qualità. I musei e il territorio sono ricchi di collezioni d’arte e vi sono anche alcuni atout: penso a un rapporto organico con l’università – sinora esplorato soltanto nei primi anni di attività del corso di laurea in Scienze dei Beni e delle Attività Culturali, ingiustamente ucciso dalla Legge Gelmini – o al Laboratorio di Archeobiologia di cui già Lanfredo Castelletti aveva ben chiaro il ruolo fondamentale per uno sviluppo sostenibile delle attività del Museo Archeologico. Sono soltanto le prime cose che mi vengono in mente. Da un contesto di ricchissima tradizione culturale e museale, qual è quello comasco, a seguito di un’attenta analisi delle risorse disponibili, si potrebbe sicuramente tirar fuori molto altro».
Sarebbe un lavoro molto difficile?
«Prima della pandemia le avrei risposto in modo piuttosto articolato, magari precisando le condizioni fondamentali e alcuni passaggi obbligati. Oggi direi che non vi è altra scelta».
Lorenzo Morandotti

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