Lettere

Nassiriya, celebrato l’anniversario del vile attentato. Vittime e assassino non vanno messi sullo stesso piano

Risponde
Agostino Clerici

Nei giorni scorsi si è celebrato il decimo anniversario dei caduti di Nassiriya, la città irachena della strage che vide morire diciannove nostri soldati e carabinieri in seguito a un attentato terroristico.
Sono rimasto colpito dal fatto che una deputata del Movimento 5 Stelle si sia sentita in dovere di ricordare come “vittima” anche l’attentatore.
Mi pare che sia già piuttosto labile, purtroppo, il ricordo di chi ha dato la vita in questa missione. Se poi facciamo di ogni erba un fascio, mi dica lei cosa resterà.

L’onorevole Emanuela Corda (Movimento 5 Stelle), nel suo intervento alla Camera, ha operato una identificazione verbale assai pericolosa. Ha usato la parola “vittima” per accomunare i 19 caduti dell’attentato di Nassiriya (cui si aggiungono 9 civili iracheni) al kamikaze marocchino che provocò la strage. Gli uni sarebbero “vittime della politica occidentale e dei nostri governi”, mentre l’attentatore fu “vittima di una ideologia criminale che lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico”.
Ora, non bisogna far confusione con le parole per dare forma al proprio pensiero. La deputata grillina è liberissima di sostenere – del resto non è l’unica nel nostro Parlamento a pensarla così – che i militari italiani mandati in operazioni di pace sotto l’egida dell’Onu siano pedine di un disegno di guerra, ma non v’è ombra di dubbio che quei 19 cittadini italiani il 12 novembre 2003 furono “vittime” solo perché si trovarono sulla traiettoria di un’autobomba che mirava ad uccidere quante più persone possibile, ed era guidata da un uomo che, in quel momento, può essere ritenuto tutto tranne che “vittima”.
La stessa deputata se ne è accorta e, assediata dalle proteste, ha corretto il tiro, assicurando la sua vicinanza ai familiari delle vittime di Nassiriya, enunciando la sua ferma opposizione ad ogni fanatismo e fondamentalismo religioso, ma continuando a sostenere che quei morti sono stati uccisi da un “terribile atto omicida” e da “quella sporca guerra”. Insomma, siccome lì era in atto una guerra, chi uccise e chi rimase ucciso è ugualmente “vittima”? Affatto. L’accostamento suona davvero fuori luogo.
Ve lo immaginate se un parlamentare si fosse presentato alla commemorazione delle vittime delle Fosse Ardeatine e avesse detto che bisogna ricordare come “vittima” – insieme ai 335 civili e militari italiani massacrati – anche l’ufficiale subalterno Erich Priebke che il 24 marzo 1944 obbediva agli ordini di una ideologia criminale? Apriti cielo, quell’onorevole avrebbe rischiato un linciaggio immediato…
Il problema vero – come dice il nostro lettore – è che “facciamo di ogni erba un fascio” e questo accade perché siamo assuefatti ad una mentalità ideologica e illogica, la quale ci impedisce l’azione più nobile affidata alla natura umana, quella di pensare, di ragionare, andando oltre l’istintualità delle posizioni preconcette.
Il giudizio storico è dato dai fatti e non prodotto dalle opinioni. La teoria secondo cui i kamikaze islamici sono vittime del fondamentalismo religioso, della fame, della promessa che i familiari siano addirittura risarciti, della speranza di un mondo migliore o di un paradiso pieno di piaceri, è interessante e non è priva di qualche fondamento. Ma non cambia il giudizio storico su un atto terroristico, che semina solo violenza e morte e non risolve alcun problema, né politico né sociale. Quindi, per buona pace dell’onorevole Emanuela Corda e di chi la pensa come lei, il kamikaze marocchino Abul Qasem Abu al-Leil, che conduceva l’autocisterna esplosa a Nassiriya, è semplicemente un “assassino” e non una “vittima”.

Fausto Merini

18 Nov 2013

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