“NATURALE” È BELLO E ALLORA FERMIAMOCI

di AGOSTINO CLERICI

Uno stop all’Homo Lamentosus
Non c’è parola più usata oggi di “naturale”. C’è chi al supermercato compra solo “biologico”. Le vacanze si fanno in “agriturismo” a contatto con la natura. La qualità della vita è legata a filo stretto a una difesa strenua dell’ambiente naturale, tanto che un certo “ecologismo”, un poco estremista, ci fa sentire tutti colpevoli di aver violentato la “madre terra”.
Tutti fan della natura, salvo quando la natura decide di? far nevicare. Allora diventiamo intrattabili, arroganti
, maldisposti verso la realtà e lamentosi.
Si direbbe che l’ultima evoluzione dell’homo sapiens sia proprio questa versione dell’homo lamentosus che trasforma tutto in un “disastro”, che vede come “clamoroso” e “drammatico” che faccia freddo d’inverno e caldo d’estate, e invece è solo? “naturale”.
Ascoltiamo i bollettini meteo come veri e propri annunci di catastrofi imminenti. E così cominciamo già la sera prima a organizzare la spedizione mattutina nella tundra gelata della città e della convalle e, al suono della sveglia, mandiamo in scena la nostra piccola guerra di famiglia contro i vicini che non hanno spalato la neve dalla rampa del condominio, contro il Comune che non ha pulito le strade e non ha gettato il sale sui marciapiedi, contro l’imbranato che si è girato con la macchina sprovvista di gomme da neve e catene.
È caduta copiosa la neve per tutta la notte e noi pretendiamo di arrivare in ufficio o a scuola rispettando la stessa tabella di marcia degli altri giorni. E alla sera si replica, con nervosismo alle stelle e solo una piccola tregua davanti all’aggiornamento meteo, in attesa di riprendere le ostilità la mattina seguente.
Ma non sarà vita in simbiosi con la beneamata natura, questa? Io – forse influenzato dai miei studi filosofici che mi ispirano pensieri bucolici – mi sento di dissentire da questa frenesia “innaturale”, che genera solo un supplemento di stress, mentre la neve vorrebbe alleviarlo.
Suvvia, siamo “naturali” anche quando nevica, che poi succede una o due volte all’anno. Cerchiamo di raccogliere il messaggio ancestrale che la coltre bianca vuole trasmetterci. Non vediamola solo come un indiscutibile disagio che ci ostacola nei nostri spostamenti.
Una nevicata cade dal cielo anche per intimare al nostro mondo così vorticoso di cambiare agenda per qualche ora e di rallentare, magari di fermarsi. Chiede al nostro “ego” statalista, che si aspetta tutto dall’alto, di collaborare alla gestione dell’emergenza con pala e olio di gomito invece di lubrificare sempre e soltanto la lingua. Chiede a chi amministra le città di fare il proprio dovere per la sicurezza dei cittadini e di prendere decisioni puntuali e coraggiose, ancorché impopolari.
Ricordo che durante la storica nevicata del 1985, per forza di cose tutto si fermò, si andò a piedi dove si poteva e altrimenti si rimase a casa. Qualche papà scoprì che aveva figli con cui era bello anche giocare a palle di neve, e si accorse poi che non era stato affatto tempo perso. Chissà, sarebbe un’esperienza da ripetere.

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