’Ndrangheta, altri due arresti lariani

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Fermati su ordine della Dda di Catanzaro un 40enne di Carugo e un 31enne di Cantù

Ci sono anche due comaschi tra le 11 persone fermate ieri nell’ambito di “Romanzo Criminale”, inchiesta sulla «potentissima» cosca dei Patania (famiglia di ’ndrangheta «operante sul territorio di Stefanaconi», in provincia di Vibo Valentia) scaturita dalle dichiarazioni di almeno quattro pentiti di mafia.
Sono Antonio Mazzeo, detto Toni, 40 anni, vibonese di nascita ma residente a Carugo; e Riccardo Cellura, detto Ricky, 31 anni, nato a Cantù e residente nella città del mobile, in frazione Asnago.

Mazzeo è accusato di associazione mafiosa per aver partecipato in modo diretto alle attività della cosca Patania, in particolare «con compiti di approvvigionamento di armi e di uomini per il compimento di azioni delittuose».
Il secondo, in concorso con lo stesso Mazzeo, per «avere detenuto e portato illegalmente in luogo pubblico, nonché ceduto ad esponenti del clan Patania armi da fuoco anche da guerra e relative munizioni, nonché segni distintivi, contrassegni, oggetti e documenti in uso ai corpi di polizia e che ne simulano la funzione (lampeggianti, manette, stemmi, divise)».
Mazzeo e Cellura sono stati arrestati con un provvedimento di fermo di indiziato di delitto deciso dal sostituto procuratore Simona Rossi, magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Catanzaro. Una misura restrittiva della libertà personale disposta quale «anticipazione delle misure cautelari decise dal giudice».
Nelle prossime 48 ore, il pm della Dda calabrese dovrà in ogni caso chiedere la convalida al gip di Catanzaro. Questi, nelle successive 48 ore, dovrà a sua volta fissare l’udienza di convalida dell’arresto.
Il profilo dei due comaschi rimasti coinvolti in questa nuova inchiesta di ’ndrangheta presenta differenze sostanziali.
Il primo, nipote di sangue di Fortunato Patania – il boss indiscusso del clan, ucciso nel settembre 2011 – è considerato dai magistrati «vero e proprio referente della ’ndrina di Stefanocani per il Nord Italia». Viene anche indicato come l’armiere del clan. Il suo «apporto alla cosca – si legge in un passaggio del provvedimento di fermo – risulta non episodico oltreché particolarmente significativo ai fini dell’accrescimento del potere criminale dell’associazione».
Come testimoniato dai pentiti, Mazzeo «lungi dall’essere soltanto consapevole delle attività delittuose della cosca, alla quale si avvicinava dopo l’omicidio dello zio, ne ha condiviso gli scopi contribuendo all’attuazione del programma del sodalizio per un apprezzabile lasso di tempo» rifornendo il clan di armi e mettendo a disposizione i propri uomini per «l’esecuzione materiale degli agguati».
Uno di questi uomini, secondo la Dda di Catanzaro, è appunto il giovane canturino Ricky Cellura, il cui nome emerge per la prima volta nel febbraio del 2013 in seguito a una perquisizione dei carabinieri di Serra San Bruno in una casa di Gerocarne di proprietà di un’altra famiglia ’ndranghetista legata ai Patania, i Caglioti. Quel giorno, i militari sequestrano una busta gialla imbottita «contenente diversi segni distintivi ed equipaggiamenti sia militari sia in uso alle forze di polizia e destinata proprio a Riccardo Collura, Asnago Cantù».
La busta è il riscontro che i magistrati cercavano per dare un volto e un nome al canturino Ricky che nel gennaio 2012 era sbarcato in Calabria forse per partecipare al tentato omicidio di Francesco Scrugli. Come ricostruito in seguito attraverso l’analisi delle celle agganciate dal telefonino di Cellura, il 31enne canturino l’11 gennaio del 2012 si trovava effettivamente a Vibo Valentia, mentre il giorno successivo era tornato a casa, ad Asnago. Secondo le dichiarazioni dei pentiti riportate nel provvedimento di fermo della Dda di Catanzaro, «Cellura risultava essere stato mandato a Stefanocani da Toni Mazzeo, su richiesta dei Patania, proprio per eliminare Scrugli».
Quest’ultimo, dopo essere scampato al primo attentato, venne poi ucciso due mesi dopo, il 21 marzo 2012, a Vibo Valentia, in frazione Marina. Nello stesso agguato, all’interno di una palazzina, furono ferite altre due persone che accompagnavano la vittima, Raffaele Moscato e Rosario Battaglia, successivamente arrestati dagli uomini della squadra mobile vibonese con l’accusa di porto d’arma abusivo aggravato dalle modalità mafiose.

Da. C.

Nella foto:
I carabinieri hanno fermato 11 persone su ordine della Dda

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