Cronaca

Nei sacchi di posta abbandonata c’è anche un po’ dei nostri tradimenti

Parole come pietre di Marco Guggiari
La storia del postino infedele, scelta tra le tante di cronaca spicciola in questa settimana, insegna qualcosa un po’ a tutti. I fatti: un portalettere 35enne, non un ragazzino, è stato condannato dopo che aveva abbandonato alcuni sacchi di corrispondenza in un bosco di Mozzate, anzichè consegnare le missive ai destinatari.
La sua è stata una fuga in piena regola, inaccettabile nella platealità e nelle conseguenze che la caratterizzano. Una fuga dalle responsabilità, dalla fatica, dall’altrui

legittima aspettativa che il postino fosse invece garante di un percorso a buon fine. Un tradimento dell’impegno preso.
L’immaturità e il comportamento obliquo di quest’uomo rimangono isolati. Poche settimane fa ho intervistato un portalettere in pensione, che nella vita professionale ha compensato ampiamente con il suo onesto lavoro e con la sua dedizione, a prezzo di sacrifici e anche di feroci morsicature subite da cani incustoditi, la clamorosa “caduta” di questo collega.
Qualcosa di quel virus, però, percorre tutti noi, sia pure in forme meno evidenti. Ed è, appunto, il disamore per ciò che facciamo. Che può assumere aspetti patologici: quando è continuo rinvio del lavoro antipatico, superficiale distrazione, frettolosità, supponenza rispetto al dovere, assenza di passione. E quest’ultimo è, forse, il punto davvero decisivo. Lo insegna a rovescio, in tema di portalettere, il film tratto dal romanzo “Il Postino”, quando Mario Ruppolo, impersonato da un grande Massimo Troisi, attraverso la pesante e malpagata consegna quotidiana della corrispondenza al poeta Pablo Neruda, apprende da questi la capacità di tradurre le emozioni in poesia, che gli varrà la conquista dell’amata.

15 gennaio 2011

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