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Nel binocolo di De Sfroos

altLa testimonianza – «La cosa più difficile dopo aver dimostrato che sei normale è dimostrare che sei pazzo»
Fin da bambino il cantautore s’interroga sul senso dell’opera

di DAVIDE VAN DE SFROOS

Il cantautore Davide Van De Sfroos, da sempre sensibile ai problemi legati alla salute mentale, al “San Martino” è entrato più volte per suonare, battendosi con associazioni come “Luoghi non Comuni” di Mauro Fogliaresi perché la memoria del luogo non si disperda. Sul San Martino, De Sfroos ha scritto questo testo, intitolato “Il binocolo”.
Dalla finestra della nonna di Como, in via Pagani, si vede quasi tutta la città. Il Baradello col suo dito indica il tramonto che a volte è rosso

fuoco e altre volte ha il colore del fumo delle tintorie. C’è una coda di armadillo illuminata lá dove salgono e scendono le macchine sulla Napoleona e le fabbriche hanno il tetto a forma di sega. A volte il nonno mi lascia usare il binocolo che è stato anche in guerra, quello nella custodia di pelle marrone.
«Come mai nonna quella casa lì’ è così grossa! In quanti ci abitano…?». «Non è una casa… quel lì a l’è ul manicomi de San Martìn!». «Ma è una specie di fabbrica?» «Ma no! È dove tengono i Matti… È un ospedale per la gente che non ci sta più con la testa». «Gli è diventata grossa la testa?». «O sacrameent!! Ta seet propi un lagheè… Il manicomio è dove tengono rinchiusi i malati di mente… I pazzi… Quelli che non ragionano più. Ma sei ancora piccolo per capire… Guarda che sta scendendo il bus da Camnago…».
Il binocolo che è stato in guerra raggiunge il bus che sembra un arancio a rotelle ma poi ritorna sulle mura lunghe del castello proibito, che ha così tante finestre e dietro ogni finestra chissà quanti occhi e dietro ogni occhio chissà quanti matti che non ci passano più con la testa nei buchi che abbiamo fatto noi, qui fuori, per entrare nelle giornate.
Sei piccolo per capire. Ma il binocolo che è stato in guerra non ha paura e vuole guardare e ogni macchia vestita potrebbe essere uno di loro o qualcuno che fa la guardia. San Martino a cavallo che vede il povero e taglia il mantello. San Martino col camice bianco che vede il demone entrarti in testa e taglia il cervello. Rinchiusi. Rinchiusi. Rinchiusi. Che fuori non ci possono stare. Sembra un paese costruito dentro a una città. Come dire che la città non li può abbandonare. Ma fuori non ci possono stare. Fuori non ci possono stare.
Non devi pensarci. Guarda la ciminiera, guarda il colore del sole che cade, guarda la strada che porta a Garzola dove c’è la chiesa delle conchiglie, guarda se arriva tua cugina dalla via Rienza… Ma il binocolo che è stato in guerra lo sa dove vuole guardare.
La nonna dice che lì dentro tu non ci puoi andare. Ti augura di cuore di non doverci mai entrare, né da matto né da normale. E forse di quei poveretti non è bello nemmeno parlare. Eppure mi sembra davvero una fabbrica dove fanno le teste nuove per quelli che hanno perso la loro… Ma se entri a curiosare e ti beccano poi ti scambiano per uno di loro e tu come fai a dimostrare che sei normale? Gli dici la tabellina del nove o la capitale del Belgio? Non basta. Gli fai sentire che sai cantare Il Piave mormorava e Campane di Montenevoso. Non basta. La cosa più difficile dopo scrivere “Reykjavík” è dimostrare a qualcuno che sei normale. Tu lì dentro non ci puoi andare. Loro fuori non ci possono stare.
Il binocolo che è stato in guerra ha visto bene la gente normale cosa è capace di fare quando la cosa più semplice è impazzire. E se impazzisci allora ci puoi entrare, ma come fai a convincerli che sei impazzito quando sei in guerra? Spari a uno che non conosci? Non basta. Uccidi un bambino o una vecchia che passa? Non basta. Bombardi una scuola o un ospedale? Non basta. Mandi funghi giganti ad avvelenare nazioni ? Non basta. La cosa più difficile dopo aver dimostrato che sei normale è dimostrare che sei pazzo. La nonna dice di mettere via il binocolo che poi se no mi affatico la vista. Di mettere via i pensieri che poi se no mi affatico la vita.
Rinchiusi. Rinchiusi.
Sono piccolo per capire… E crescendo forse non parlerò mai più di manicomi e nemmeno vorrò entrare a San Martino. Smetterò anche di chiedermi in quanti sono chiusi là dentro e in quanti siamo chiusi qui fuori. Siamo sempre stati tutti troppo piccoli per capire.

Nella foto:
Con il gruppo che porta il suo nome d’arte, De Sfroos pubblicò nel 1995 Manicomi (nella foto), disco tuttora introvabile se non a prezzi stratosferici sul mercato del collezionismo e che contiene alcune famosissime canzoni come il pezzo La curiera
26 Gennaio 2013

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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