Nella moschea di via Monte Santo pochi hanno voglia di commentare

L’imam non parla italiano. I fedeli ignorano quanto accaduto in Umbria
«La preghiera è terminata. La prossima sarà questa sera». L’uomo che esce dalla stradina sterrata di piazzale Monte Santo lo dice tranquillamente, senza neppure attendere la domanda. «L’imam è andato via – aggiunge – E poi comunque non parla italiano. È turco».
Ecco, appunto, turco. Parliamo di turchi. Ci sono stati 9 arresti e numerose perquisizioni anche a Como. A questo punto, però, l’uomo – gioviale ed espansivo fino a quel momento – cambia atteggiamento. «Io sono pakistano – taglia corto – Vengo qui soltanto
per pregare. Non so niente dei turchi né di questi arresti. Ho visto il telegiornale ma non so niente». Poi saluta e si allontana velocemente.
Pochi istanti e dalla porta di quello che ufficialmente risulta essere il centro culturale islamico della comunità turca escono 3 giovani. «Perché siamo qui? Per la preghiera, siamo venuti a pregare». I ragazzi sembrano sinceramente sorpresi alla notizia delle perquisizioni e degli arresti. Due non vogliono fare alcun commento. Il terzo mostra sconcerto quando sente parlare dei presunti legami con i terroristi dell’Hezbollah turco associati a clandestini curdi.
«È strano – dice con grande sicurezza – I curdi non sono interessati a battaglie di tipo religioso. Hanno obiettivi politici, di riconoscimento della propria identità».
Una breve pausa, poi il giovane si qualifica meglio. «Sono un siriano curdo – dice – Vivo in Italia da 10 anni, faccio l’imbianchino, sono sposato con un’italiana che è diventata musulmana. Non so nulla degli arresti e delle perquisizioni – aggiunge – In ogni caso, mi sembra strano pensare a un collegamento tra Hezbollah turco e curdi. Tra l’altro, non ci sono grandi rapporti tra curdi e turchi. Qui ad esempio sono l’unico curdo che viene a pregare e all’inizio l’atteggiamento era diffidente. A volte mi fanno domande, ma io ripeto sempre che vengo qui soltanto per pregare e che Dio è uno, per i turchi e per i curdi. Nient’altro».
L’imbianchino siriano residente a Como conferma a sua volta che l’imam non è presente e che non parla italiano. «La preghiera è sempre in arabo – precisa – e per quel poco che ci parliamo usiamo comunque l’arabo».
La porta d’ingresso della palazzina del centro culturale islamico è aperta. Nell’atrio c’è un cartellone che pubblicizza alcuni appuntamenti di preghiera e iniziative in programma in Turchia. Imboccando la scala si approda direttamente in quella che è, indubbiamente, una stanza per la preghiera. A terra c’è un grande tappeto. Sul pavimento, un paio di scarpe lasciate al di fuori dell’area di culto da un fedele che al momento, però, non è nella stanza. Su una scarpiera, altre due paia di calzature. Le tre persone sono probabilmente in un’altra stanza, dietro una porta chiusa. Nessuno risponde.
Pochi minuti dopo in effetti, dall’edificio escono altri 3 uomini. Due sono africani, uno è turco. Si ripete il copione. «Non sappiamo nulla, non ho sentito parlare di arresti né altro», dice il più anziano dei tre. Gli altri restano in silenzio ad ascoltare. «Noi veniamo soltanto a pregare – aggiunge – C’è l’imam, che ora non è presente».
Impossibile strappare maggiori informazioni.
Almeno tra i presenti, comunque, la notizia della vasta operazione contro il terrorismo che ha investito in pieno pure il Comasco sembra ancora sconosciuta. Magari i frequentatori del centro islamico ne parleranno nelle prossime ore. Nell’attesa, la struttura resta aperta.
L’imam, da quanto è possibile apprendere, vive nell’edificio di piazzale Monte Santo, in locali adiacenti alla sala per la preghiera. Il luogo di culto è sempre a disposizione. «Preghiamo cinque volte al giorno – ricordano i fedeli – Non sempre possiamo venire qui naturalmente, ma questo spazio è sempre disponibile».

Anna Campaniello

Nella foto:
La moschea di via Monte Santo ieri pomeriggio era frequentata da pochi fedeli (foto Sara Gargagli)

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