Nella vita del migrante Zanier la coscienza storica di una generazione

Dogana di Ponte Chiasso, frontiera, confine con la Svizzera

La vita di un poeta e sindacalista migrante come Leonardo Zanier (1935-2017), che a metà degli anni Cinquanta si diresse in Svizzera, vi trascorse gran parte della sua vita di militante politico, studiò le sfide della migrazione e scrisse alcune tra le più belle pagine della letteratura dell’emigrazione italiana nel mondo, è ora raccontata da Paolo Barcella e da Valerio Furneri in un volume edito da Carocci.
«Testimonianze come quelle che Valerio Furneri ed io abbiamo adoperato nella realizzazione del volume di Zanier – dice Paolo Barcella, storico dell’Università di Bergamo e studioso in particolare del fenomeno dell’emigrazione e del frontalierato – sono fondamentali per comprendere i meccanismi che caratterizzano la migrazione e il lavoro transfrontaliero. Soprattutto ci permettono di leggere la complessità e le specificità di quei fenomeni, al di là degli stereotipi e delle semplificazioni. Per esempio, emerge con chiarezza come i migranti non siano mai solo braccia da lavoro: al contrario, influenzano in tanti modi i processi produttivi, le società, gli ambienti politici in cui si inseriscono, presentando difficoltà e sfide, ma anche con ricadute positive sulle comunità che li accolgono. La migrazione e la mobilità da lavoro, quando coinvolgono migliaia di persone, producono sempre anche realtà di carattere associativo e attività politico-culturali. Leonardo Zanier, in questo senso, è un esempio di migrante molto impegnato politicamente, militante nelle Colonie Libere Italiane, nell’Ecap-Cgil – di cui per primo aprì una sede a Zurigo – oltre che nelle organizzazioni che contrastarono le ondate xenofobe anti-italiane degli anni Settanta. Proprio nel 2020, si sono ricordati i 50 anni dall’iniziativa Schwarzenbach, animata dall’Azione nazionale contro l’inforestieramento, partito svizzero nato con l’obiettivo di allontanare dal Paese centinaia di migliaia di migranti italiani. L’importazione dell’Ecap-Cgil in Svizzera fu un’operazione che ebbe conseguenze importanti per il mondo dell’immigrazione italiana del tempo, ma anche per i frontalieri negli anni più recenti. La Fondazione Ecap, infatti, ha lavorato intensamente negli anni Novanta sulla questione del frontalierato, sviluppando progetti di lavoro, di ricerca e di formazione molto importanti».
Non sarebbe opportuno un archivio unico della memoria per queste testimonianze?.
«Le civiltà umane si caratterizzano per la loro capacità di collezionare tracce del proprio passaggio, mettendole a disposizione dei posteri, perché sappiano comprendere meglio quel che sono e da dove vengono. I documenti prodotti da Zanier, così come le memorie di gente comune (fondamentali per permettere le elaborazioni degli storici di domani), hanno però un costo di conservazione importante. Il libro su Zanier, per esempio, è stato per me solo l’esito di un lavoro archivistico precedente: lo stesso Zanier, infatti, ormai anziano mi consegnò decine di faldoni di materiali da lui raccolti per più di sessant’anni, a partire dalla fine degli anni Cinquanta e, grazie al sostegno economico della Fondazione Ecap, ebbi modo di lavorare per alcuni mesi sulle carte, pulendole, organizzandole e consegnandole infine all’Archivio di Stato di Bellinzona, dove ora sono conservate e messe a disposizione degli studiosi. L’informatica consente oggi di immaginare la possibilità di conservare, riprodurre e mettere a disposizione del pubblico pressoché qualsiasi cosa, attraverso un semplice smartphone. Tuttavia, dietro le tutto ciò ci sarà sempre il lavoro materiale dei ricercatori e degli archivisti. Insomma: senza un investimento pubblico adeguato, riflesso della rilevanza sociale riconosciuta alla memoria e alla storia, non ci può essere nessun serio archivio della memoria».

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