Lettere

Noi tutti restiamo impigliati nella rete quando subiamo i tempi lunghi della sanità

Risponde
Agostino Clerici

Tempi lunghissimi a Como per una visita specialistica agli occhi: almeno 10 mesi al Sant’Anna di San Fermo, praticamente un anno all’ospedale Valduce. La denuncia di un vostro lettore mi ha colpito… ma non mi ha stupito. Si sa, negli ospedali  ormai funziona così. Tuttavia mi pongo una domanda: come è possibile che accada tutto ciò a Como, dove esiste un ospedale nuovo di zecca? Perché tante persone -troppe – sono costrette a rivolgersi in strutture private, o addirittura oltreconfine, per avere diagnosi in breve tempo?  

Sarebbe come dire che basta avere un camino nuovo di zecca per riscaldare la casa! Ci vuole comunque la legna, qualche foglio di carta e almeno un fiammifero, non troppo umido possibilmente… Quello denunciato dal nostro lettore è un problema della sanità italiana molto conosciuto da noi pazienti, e che innumerevoli cambiamenti strutturali e procedurali non sono riusciti purtroppo a risolvere. Il nuovo ospedale Sant’Anna di San Fermo è una bellissima struttura, ma l’annosa questione dei tempi d’attesa per le visite o per gli esami diagnostici l’ha portata con sé, in scomoda eredità, da via Napoleona. Anzi, in buona parte l’ha lasciata proprio lì…
La denuncia del lettore a cui il “Corriere di Como” ha dato voce non è purtroppo isolata. Il numero verde regionale per la prenotazione di visite ed esami lo abbiamo composto tutti almeno una volta, e difficilmente ci è stato proposto un giorno della settimana successiva. Ricordo – quando ancora si prenotava allo sportello – che un signore in coda davanti a me (richiedente una ecografia epatica), di fronte alla proposta di una data di tredici mesi più tardi, con un guizzo di umorismo aveva accettato, chiedendo però che, se fosse morto prima, avrebbero dovuto riesumare la sua salma e compiere comunque la prestazione diagnostica… Non so come è andata a finire!
Perché succede questo? Indubbiamente, chi sta allo sportello (frontale o telefonico) valuta le possibilità che vengono offerte dall’agenda visualizzata dal computer e annuncia la prima data libera proponendo le diverse strutture disponibili. Troppe richieste o poche disponibilità? Leggerezza in chi domanda o in chi dovrebbe offrire un servizio migliore? Cattiva distribuzione degli ambulatori sul territorio o eccessiva pretesa di prestazioni? Difficile rispondere, spaccando il capello in due. Certo è – come lascia intendere il nostro lettore – che oltreconfine la medesima pratica si velocizza, ma si paga. Non solo: anche da noi in Italia la medesima richiesta fatta in regime di visita privata viene concessa praticamente subito, ma si paga. Forse, però, occorre ricordare che anche la visita fatta parecchi mesi dopo in regime di assistenza sanitaria nazionale, lo Stato (cioè noi) la paga (la paghiamo) e non costa certo di meno.
E come la mettiamo con la cosiddetta “urgenza”, il famigerato bollino verde che il medico può decidere di mettere sull’impegnativa e che apre la strada ad una più veloce evasione della pratica? Qualcuno è generoso con i bollini, qualcun altro è parsimonioso.
Non faccio il medico e, quindi, non ho una ricetta da impartire. Forse una colpa la individuo nel meccanicismo della nostra tecnocrazia che affida tutto ad agende elettroniche asettiche e democratiche (quindi uguali per tutti) e a bollini messi od omessi secondo criteri che non saranno mai… uguali per tutti. Bisognerebbe tornare ai faticosi ma premianti rapporti umani, in cui il medico curante chiamava al telefono lo specialista e gli spiegava i problemi del suo paziente, motivando l’urgenza reale o anche solo psicologica di un consulto. Qualcuno dirà: è impossibile nella civiltà dei network e delle vie telematiche. Eh sì, abbiamo voluto la Rete e nella rete talvolta rimaniamo impigliati.

Luciano R.

25 Novembre 2013

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