Non dimentichiamo moda e tessile

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di Giorgio Civati

L’argomento di questi  giorni? Lo sci, con tutto ciò che ne consegue: settimane bianche, divertimento, spostamenti verso le montagne, economia di intere vallate e relativo indotto. Certo, si parla ancora e sempre di decessi, vaccini, cure e via discorrendo, scuole da riaprire ma forse no, di conti in rosso dello Stato e delle aziende. E chiaramente anche lo sci è un problema ma – sia detto con il massimo rispetto per la categoria e per i diretti interessati – è appunto uno dei problemi, non l’unico. D’altra parte le lamentele degli imprenditori dello sci sono state abbondantemente precedute da quelle dei ristoratori e dei baristi, degli artisti dei vari settori, dei tassisti e dei benzinai, del settore del turismo in genere. Tutti con ottime ragioni.

In questo marasma di lamentele, per lo più giustificate come detto, ci viene da rilevare che invece  uno dei settori che meno si è fatto sentire è quello della moda. E di conseguenza del tessile. Roba che riguarda anche Como, insomma, che sul tessile ha prosperato per decenni e ancora continua a farlo, pur con alterne fortune e meno smalto rispetto al passato. Ecco, la moda si diceva, la seconda industria del Paese per saldo attivo della bilancia commerciale, pare starsene in un angolo, messa lì dalla poca attenzione generale o forse auto isolata. Solo un paio di giorni fa Carlo Capasa, imprenditore del settore e presidente della Camera Nazionale della Moda, ha lanciato un allarme, comunque piuttosto timido: «Nel 2020 il settore perderà almeno il 30% del suo fatturato», ha detto.

Saranno stati i toni tutto sommato soft o la “concorrenza” di altri settori, lo sci per esempio, ma la notizia ha ottenuto ben poco risalto. Molto meno di quello che a nostro parere meriterebbe. «Nessuno ci considera», ha aggiunto Capasa e probabilmente in questa sintesi ci ha preso in pieno.

Appare strano, però, tutto questo.  Sembra impossibile che quei “semidei” degli stilisti, fino a gennaio osannati con pagine e pagine sui giornali e minuti e minuti di servizi video ora siano ignorati. Risulta incomprensibile, anche, come nessuno di loro abbia sentito l’esigenza di parlare, di spiegare che una stagione persa è un danno enorme anche per la moda, come per molti altri settori, che moda e tessile danno lavoro direttamente circa 500mila persone in Italia con un indotto che è molto più vasto, che l’immagine del made in Italy oltre che dal cibo e dai paesaggi naturalistici suggestivi e unici passa anche da abiti, stoffe, creatività dal filo al vestito. Mentre l’industria comasca arranca, con dati che ci pongono all’ultimo posto in Lombardia, i negozi di moda restano chiusi in varie parti d’Italia, l’America è in ginocchio, la Francia non se la passa certo bene e la Francia e la Germania neppure, ma la moda italiana se ne sta zitta. Forse è riserbo, forse qualcosa d’altro, ma ci pare strano, molto strano. Dolce & Gabbana  e illustri colleghi vari del fashion italiano che conta dove siete?

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