Cronaca

NON È UN BRANCO È SOLO UN GREGGE

di DAVIDE CANTONI

Il fenomeno del bullismo in città
Poche cose urtano più del sopruso. Del branco che si avventa sul più piccolo, il più indifeso. È vigliacco. Può darsi che non siano gang ma certo sono baby. Può darsi che non siano criminali però sono bulli nella peggiore accezione. Magari giovani, magari incoscienti, tutto vero e tutto possibile. Resta il fatto che sono gruppi, più o meno numerosi, di adolescenti che se la prendono con i più deboli.
Succede a Como e succede in questi giorni. Nessuno se ne è accorto. C’è voluta

una mamma, stanca e avvilita. Suo figlio è stato aggredito: niente di più e niente di meno. Al racconto si sono aggiunte poi le testimonianze di alcuni giovani della città. Storie di angheria e sopraffazione tutte legate a un gruppo di ragazzi che si muove in pieno centro tra i Portici Plinio, piazza Vittoria e piazza Volta. A volte migrano, li hanno avvistati anche a Muggiò.
Si usa dire “branco”. Gregge, meglio. Le pecorelle non brillano per ardimento e così si muovono insieme, solo insieme. Trovano forza in una forma perversa di mutuo-aiuto. Si spalleggiano, ingrossano voce e torace solo quando attingono forza dalla massa. Certo, non se la prendono con chi può rispondere, con chi può difendersi. No, attaccano, piccoli codardi, chi si muove da solo. I timidi e i secchioni, i minuti e i grassottelli. Quelli con gli occhiali, l’acne e i vestiti comuni. Senza griffe, senza talenti apparenti.
Davvero, non è giusto. Non è giusto che impunemente gruppetti di violenti spadroneggino per le strade di una città picchiando e aggredendo. Non va bene che nessuno colga il cambiamento, non va bene che una madre terrorizzata scriva ai giornali nella speranza di essere ascoltata. Non c’è nessun Bronx, ma c’è un elemento vero di allarme. Quale modello è stato proposto a questi drughi di quartiere?
È doveroso interrogarsi sull’assenza di riferimenti culturali, ma è altrettanto centrale che la sicurezza sia garantita. Serve che le forze dell’ordine – che oggi più che mai e per prime non dimenticano la necessità di aspetti educativi – siano incisive e presenti. Serve controllo.
La Questura si è appellata con chiarezza: “Le vittime parlino”. Se ve ne sono, lo facciano e non abbiano paura di essere giudicate deboli. I deboli sono gli altri. I deboli sono loro, i vigliacchi. Se ci sono stati, o ci saranno, altri episodi di questo tipo è necessario e doveroso che emergano e siano raccontati. Nomi e cognomi. Così da costruire una catena di responsabilità che li stringa e li inchiodi.
«È una banda di gabber, discotecari», si legge all’interno del giornale, «tra i 14 e i 18 anni, che spaventa e pesta in gruppo». Ecco, ragazzini, è difficile immaginare che leggiate i giornali. Se qualcuno lo facesse per voi – ad alta voce, scandendo bene – vi faccia sapere che gli “sfigati” ci sono simpatici. Li preferiamo perché ci piacciono quelli che voi pensate essere gli ultimi. Prima che vi denuncino, dimostrate coraggio, una volta nella vita. Venite fuori.

24 marzo 2010

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