Non serve una scuola più facile ma più al passo con i tempi

Interventi e repliche

I ragazzi di oggi, a torto o a ragione, sono visti come delle scatole vuote, privi di sentimenti veri, incapaci di amare, di credere nel futuro, di impegnarsi nel presente.
Ma sono davvero così? E la colpa è tutta loro, della generazione iPad, hi-tech, o il malessere che hanno nelle loro anime è anche instillato da comportamenti delle generazioni genitori “sbrigati da solo”?
Anche per la scuola sono momenti difficili, dove il dialogo è spesso spezzato da insegnanti che troppo spesso non sono adatti ad interfacciarsi con i ragazzi, non fosse altro per la loro incapacità di farlo.
La scuola ricopre un ruolo fondamentale nella vita dei nostri ragazzi, se si pensa che la maggior parte delle ore del giorno è vissuta tra i banchi di scuola.
Essa, infatti, rappresenta una vera palestra di vita con tutte le sue asperità, che dovrebbe avere come sbocco naturale quella forma mentis che consentirà l’inserimento nella vita a tutti quei giovani studenti che la frequentano e che saranno i cittadini del futuro.
L’allenamento duro e costante mostrerà i suoi risultati durante tutto il periodo formativo, passando dai piccoli segnali a quelli che si consolideranno nell’arco temporale scolastico nel lungo termine dettato dal piano formativo di ogni scuola.
La scuola, volente o dolente, rimane pur sempre il luogo dove poter forgiare le personalità delle future generazioni e farle emergere.
La scuola italiana non sarebbe poi così tanto male, solo se funzionasse davvero.
Ai ragazzi non serve una scuola più facile, ma una scuola più al passo coi tempi, più capace di fornire agli studenti tutti gli strumenti di conoscenza e di metodo oggi necessari per un mondo in continua evoluzione.
Le sfide per la scuola aumentano con l’andare dei tempi, con le trasformazioni con le quali la nostra società coinvolge tutti i suoi membri, studenti e insegnanti compresi; in questo anfiteatro la scuola sembra perdere tutte le sfide e non essere più una palestra di vita.
Gli insegnanti sempre più vengono identificati come gli artefici e le vittime di questo fallimento, troppo impegnati a destreggiarsi tra studenti sempre più difficili da capire e da coinvolgere e obblighi ministeriali spesso poco comprensibili e a volte persino ostili.
E la conflittualità insegnante-studente è sempre più evidente nelle vicende di “scuola quotidiana”, negli occhi di questi docenti e nelle loro storie piene di speranze, di delusioni, di aspettative, di frustrazioni, come pure negli stessi occhi degli studenti, con le loro speranze, delusioni, aspettative, frustrazioni. Occhi simili fra loro e che raccontano un malessere che dai banchi di scuola allontana sempre più i ragazzi di oggi.
Un’emorragia che va fermata: non si veda solo il posto di lavoro, ma piuttosto la missione di trasferire conoscenza, di fare formazione, di creare professionalità.
Non più un obbligo la frequenza scolastica, ma l’entusiasmo di imparare, di conoscere, di saper fare, di capire che il proprio futuro è anche nelle proprie mani e che la prima persona capace ad aiutarti è l’Io che c’è in ogni ragazzo.

Renato Meroni

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