“Prima i nostri” affossa il negoziato sui ristorni

bandiera svizzera

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Il giorno dopo il voto sulla riforma costituzionale promossa da Udc e Lega dei Ticinesi e tesa a costruire una corsia privilegiata per i ticinesi nel mercato del lavoro indigeno, la notizia non è tanto l’indignazione generale italiana – sebbene con qualche eccezione – né il diluvio di commenti più o meno sensati apparsi sui vari social network.
L’effetto principale del massiccio sì all’iniziativa “Prima i nostri” è invece il sempre più probabile congelamento dell’accordo sulla doppia imposizione, faticosamente scritto e riscritto durante una trattativa lunga ed estenuante e adesso clamorosamente smentito dall’elettorato ticinese.
Già domenica sera il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha ribadito alla stampa come il risultato del voto in Ticino «non renderà più facili i negoziati in corso tra l’Unione e la Svizzera» sulla revisione dei trattati bilaterali.
La Confederazione tratta da mesi una possibile via d’uscita diplomatica che le permetta di dare attuazione all’ormai famoso “referendum” del 9 febbraio 2014 senza perdere la faccia. Come si ricorderà, due anni e mezzo fa l’Udc chiamò alle urne i cittadini elvetici su una proposta di modifica costituzionale che ponesse rigidi limiti all’ingresso di lavoratori stranieri. Il testo approvato qualche giorno fa dalla Camera bassa di Berna non rispecchia minimamente il voto popolare ma deve necessariamente fare i conti con una posizione europea molto rigida, più volte ribadita dallo stesso presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. «Le quattro libertà fondamentali del mercato unico sono inseparabili», ha detto l’ex premier del Lussemburgo. Facendo capire come una limitazione alla libera circolazione dei lavoratori sia inaccettabile, legata com’è agli altri tre pilastri dell’Ue: la libera circolazione dei servizi, la libera circolazione delle merci e la libera circolazione dei capitali.
Il negoziato tra Italia e Svizzera sulla modifica del trattato di doppia imposizione è quindi a fortissimo rischio. La posizione intransigente e oltranzista di alcune forze politiche ticinesi, sfociata nel voto di domenica, paradossalmente, mette in forte imbarazzo in primo luogo le autorità federali, costrette a tamponare di continuo le falle aperte nello scafo della discussione diplomatica dai politici ticinesi. Per la prima volta nel dibattito è addirittura intervenuto il nostro ministro degli Esteri , Paolo Gentiloni, che con un tweet domenica sera ha ricordato: «senza libera circolazione delle persone rapporti Svizzera-Ue a rischio».
Anche il vice di Gentiloni, il sottosegretario Benedetto Della Vedova, ha battuto sui tasti del suo computer un testo molto simile: «L’accesso al mercato dell’Unione Europea non può tollerare alcuna limitazione alla circolazione dei lavoratori. Non per ritorsione, ma perché senza questo non ci sarà la forza politica di mantenerlo».
“Prima i nostri”, almeno in queste prime ore, sembra così, paradossalmente, mettere più paura ai negoziatori della Confederazione che ai politici della Penisola.

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