Nuovo accordo fiscale sui frontalieri: il sindacato chiede di convocare il tavolo

Frontalieri

«Che fine ha fatto l’accordo fiscale sui frontalieri firmato il 23 dicembre dello scorso anno? E quando, credibilmente, potrà entrare in vigore?». Prova a rispondere a queste domande un’inchiesta pubblicata dal “Corriere del Ticino” firmata dal giornalista Dario Campione. A quasi sette mesi dalla storica firma, infatti, poco si è mosso in materia bilaterale.

Eppure gli attori dell’accordo sono ancora tutti in carica, dal viceministro italiano all’Economia Antonio Misiani alla segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, Daniela Stoffel Delprete.
L’intoppo nell’iter procedurale sarebbe, come già accaduto in passato, completamente romano. Per diventare operativa, l’intesa dev’essere approvata da entrambe le Camere all’interno di una modifica di trattato internazionale: una procedura lunga e complessa. Lunga e complessa, ma neppure avviata, come evidenzia il “Corriere del Ticino”. Nelle aule del Parlamento di Roma si sarebbero praticamente perse le tracce dello “storico” patto chiamato a modificare il sistema di prelievo dei tributi di chi lavora in Ticino, ma vive oltreconfine.

Una situazione che preoccupa al momento anche le organizzazioni sindacali, che alla vigilia di Natale della scorso anno hanno sottoscritto un “applicativo dell’intesa” con il governo italiano. Nei giorni scorsi è stata chiesta formalmente proprio dai sindacati la convocazione del tavolo di confronto. Istituto che in base agli accordi si sarebbe dovuto insediare entro la fine di aprile di quest’anno.

Secondo il responsabile nazionale dei frontalieri per la Cgil, Giuseppe Augurusa, i termini indicati inizialmente per la chiusura dell’accordo fiscale sarebbero frutto di «un’illusione ottica causata dall’accelerazione del Natale 2020». Un eccesso di ottimismo, insomma, su un tema spinoso e delicato che va a modificare un trattato datato 1974. Secondo Augurusa, prima della fine del 2023 è difficile che l’accordo fiscale venga attuato. Il presidente del governo ticinese, Manuele Bertoli, in diretta su Etv, durante la trasmissione “Border, storia di confine” aveva spiegato di non aver ricevuto segnali contrari all’iter, ma anche di non conoscerne il percorso.
Gli aspetti principali del nuovo accordo riguardano l’imposta che lo Stato in cui viene svolta l’attività lavorativa applicherà sul reddito da lavoro dipendente. Per i nuovi frontalieri l’imposta passerà all’80%, contro il 70% previsto inizialmente nel progetto di accordo parafato nel 2015. I nuovi frontalieri saranno assoggettati a imposizione in via ordinaria anche nello Stato di residenza, che eliminerà la doppia imposizione.


Chi entrerà nel mercato del lavoro come frontaliere a partire dall’entrata in vigore dell’accordo verrà considerato come «nuovo frontaliere».
Previsto anche un regime transitorio per chi lavora o ha lavorato nei Cantoni dei Grigioni, del Ticino o del Vallese nel periodo compreso tra il 31 dicembre 2018 e la data di entrata in vigore del nuovo accordo. Questa categoria è quella degli «attuali frontalieri» che continueranno a essere assoggettati a imposizione esclusivamente in Svizzera. La Confederazione verserà fino alla fine del 2033 una compensazione finanziaria a favore dei Comuni italiani di confine pari al 40 per cento dell’imposta alla fonte prelevata dalla Svizzera. Dopo questa data, la Svizzera conserverà la totalità del gettito fiscale. Nel nuovo accordo sono definiti frontalieri i lavoratori che risiedono entro 20 chilometri dalla frontiera e che, in linea di massima, rientrano ogni giorno al loro domicilio.

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