Olindo Romano, la nuova intervista tv. «Non credo di morire in carcere»

Olindo Romano intervista

Si sono tornati ad accendere i riflettori su Olindo Romano, l’omicida di Erba, condannato per la strage dell’11 dicembre 2006, in via definitiva, insieme con la moglie Rosa Bazzi per quattro omicidi. “Quarto Grado”, il programma di Retequattro ha trasmesso una lunga intervista esclusiva con Olindo Romano, realizzata in presa diretta, al telefono dal carcere di Opera, dal conduttore, il giornalista Gianluigi Nuzzi. L’ex netturbino risponde su tutto.
A volte lucido, altre invece più confuso, si limita a chiedere ai giudici “di andare in profondità”.
Ecco alcuni stralci dell’intervista, con le domande di Nuzzi.
Morirà dietro le sbarre?
«No, penso di no. Penso che riusciremo a uscire».
Qual è la chiave che potrebbe aprire la sua cella?
«Di preciso non saprei dire quale sia la chiave. Però penso che bisognerebbe partire dall’analisi dei reperti rimasti. Sarebbe un buon inizio».
Alcuni giudici però hanno detto che l’analisi di quei reperti non può cambiare la storia di questo processo.
«Fino a quando non saranno analizzati questo non si può sapere».
Dopo 13 anni continua a essere sotto i riflettori. È giusto così o vorrebbe essere dimenticato dai media?
«Non saprei dire. Da una parte va bene così, non so come sarebbe se non ne parlassero. Però le cose vanno così e lasciamole andare così».
Perché il pubblico di “Quarto Grado” dovrebbe credere che lei e sua moglie avete subito un’ingiustizia?
«È un po’ difficile da spiegare. Comunque, basta andare a rivedere tutti i fascicoli e vedere come si è svolta la storia e si capisce».
Secondo lei chi ha sbagliato in questa storia?
«Mi sa che siamo in tanti ad avere sbagliato in questa storia. Degli errori li ho fatti anche io, logicamente. Se no, non sarei qui».
Quindi il suo errore è stato confessare?
«Sì, quello è stato un errore. Ma è stato tutto un insieme di cose».
Dedica mai qualche preghiera per le vittime?
«Sì, ogni tanto prego. Anche per me».
Sfogliando la sua Bibbia che aveva in cella, c’erano delle frasi di colpevolezza. E queste frasi scritte da un cattolico, sulla Bibbia, hanno un valore profondo. Non crede?
«Beh, bisogna vedere l’interpretazione che ciascuno gli attribuisce. Io usavo la Bibbia per scrivere ma più che altro la usavo per passare il tempo. Avevo la Bibbia e ci ho scritto sopra».
Lei e Rosa avete dato molti particolari della dinamica dell’omicidio. Come facevate a conoscerli?
«Li sapevamo tramite i giornali e tramite le cose che vedevamo e leggevamo. E per quello che ci hanno detto».
E sull’arma usata? Non c’erano le fotografie, come facevate a conoscerla?
«Non glielo so dire».
E la macchia di sangue trovata sul battente dell’automobile?
«L’ha portata qualcuno che è salito sull’auto».
No, perché il consulente ha detto che è una macchia di sangue pura, che è stata portata da contatto diretto e non da qualche operatore delle forze di polizia.
«Adesso questo non me lo ricordo più. Non so se fosse una macchia pura o no ma non so proprio come sia potuta finire lì».
Quando è stata l’ultima volta che ha visto Rosa?
«Settimana scorsa. È andata bene, abbiamo avuto sempre il solito colloquio di un’ora. Non è vero che siamo in crisi e che abbiamo litigato, siamo ancora insieme. Siamo legati dall’amore».
Vuole fare un appello ai giudici, professando la sua innocenza?
«Un appello non serve perché i 26 giudici che ci hanno condannato sono rimasti sempre in superficie, senza andare a scavare in fondo. Ogni giudice seguiva l’altro. Quindi quello che mi auguro è trovare un giudice che si metta lì e ricominci tutto da capo. Vorrei un colpo di fortuna, fare un appello non so quanto possa servire».

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