Strage di Erba. Olindo Romano torna a Como: «Mi ricordavo questo posto»

Olindo Romano

«Sì, mi ricordavo di questo posto…». Ore 11. Olindo Romano, 58 anni, è appena sceso dal cellulare che l’ha trasportato dal carcere di Bollate. Entra nel palazzo di giustizia di Como, quello in cui il 26 novembre 2008 sentì pronunciare (per la prima volta) dalla Corte d’Assise la parola «ergastolo». Carcere a vita per lui e per la moglie Rosa Bazzi, di un anno più giovane, ritenuti essere gli autori della strage di Erba in cui morirono, a colpi di coltello e di spranga, Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini. Il marito di quest’ultima, Mario Frigerio, colpito con un fendente alla gola e creduto morto dagli assalitori, riuscì a salvarsi grazie ad una malformazione congenita alla carotide.
Olindo rivede quell’aula, quei corridoi, e sbotta con chi gli sta attorno: «Mi ricordavo questo posto».
Poche parole, prima di sedersi di fronte ai giudici. È vestito con una camicia scozzese a maniche lunghe, pantaloni blu, una giacca anch’essa scura. È l’unico che ha chiesto di essere presente. La Bazzi ha preferito non muoversi dal carcere: «È sfiduciata» dicono i suoi legali. L’occasione del ritorno in città di Olindo è stata fornita dall’istanza della difesa di analizzare reperti mai esaminati, in previsione di una richiesta di revisione del processo già preannunciata. I nuovi esami riguardano un telefono cellulare, altri campioni repertati nella “casa del ghiaccio” di via Diaz e l’accesso ai server della Procura di Como da cui, dicono, mancherebbero delle intercettazioni ambientali e delle registrazioni. La richiesta era già stata avanzata nel 2018, respinta, finita in Cassazione e di nuovo rispedita a Como. Di questo si discuteva ieri.
Il palazzo di giustizia è blindato. Non solo per Olindo, bisogna dire. Ma anche per un calendario di udienze che presentava concomitanze ritenute “complicate” per l’ordine pubblico, tra cui un processo con una trentina di presunti anarchici. Telecamere e fotografi sono esclusi dall’aula. L’istanza per poter riprendere l’udienza di Olindo era stata presentata dalla difesa dei coniugi Romano.
La Corte d’Assise, come primo atto della giornata, la boccia. Tutto verrà fatto a porte chiuse.
Da questo momento inizia l’attesa.
A parlare per primi sono i pubblici ministeri che lavorarono al caso, Massimo Astori (che condusse anche il processo di primo grado) e Mariano Fadda. Si dividono gli interventi. Al vaglio le due istanze presentate dalle difese, rappresentate dagli storici legali del coniugi Romano, Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, più Nico D’Ascola che si aggiunse in Appello.
Alle 14.48 le porte dell’aula si aprono. Escono i pm, escono gli avvocati, escono cancellieri e uomini della polizia giudiziaria che – con le forze dell’ordine – hanno presidiato aula e atrio. La decisione è pendente. Arriverà nei prossimi giorni.
Ennesimo tassello di una battaglia legale che – nonostante una condanna ormai passata in giudicato da quasi nove anni (era il 3 maggio 2011 quando si pronunciò la Cassazione) – non vuol proprio saperne di far parlare i silenzi.

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