Omicidio del furgone: «Panarisi e Capellato agirono per un interesse comune, rapinare Di Giacomo»

omicidio tavernerio_smallPubblicate le motivazioni della sentenza d’Appello che conferma la condanna dei due imputati all’ergastolo

«Poiché è un dato oggettivo che l’omicida è uno dei due, oppure sono entrambi, è evidente che la loro ricostruzione dei fatti è dominata dall’allontanare da sè la responsabilità dell’accaduto», «strada percorsa con assoluta convinzione da entrambi». E pertanto, le «continue menzogne di Emanuel Capellato» (37 anni, di Como) e le «palesi incongruenze logiche di Leonardo Panarisi» (55 anni di Tavernerio), «che pretendeva di aver collaborato nell’occultamento del cadavere solo perché Capellato gli aveva fatto pena», non fanno altro che «confermare il giudizio di loro totale inattendibilità».
Con queste parole, i giudici della corte d’Assise di Appello di Milano hanno motivato la conferma del doppio ergastolo per i due imputati citati, responsabili dell’efferato omicidio di Antonio Di Giacomo. L’imprenditore attivo nel campo della torrefazione del caffè, fu ucciso con due colpi di pistola alla testa nell’appartamento di Capellato in via Cinque Giornate a Como il 9 ottobre 2009, e il suo corpo fu poi trovato dalle volanti in un parcheggio di Tavernerio, occultato dentro un armadio caricato sul furgone giallo che Di Giacomo usava per lavorare. Un omicidio commesso a scopo di rapina e con il comune intento dei due imputati. Panarisi infatti si considerava in credito nei confronti di Capellato, per colpa del quale aveva scontato anni di galera per un altro reato. E per mettersi alla “pari”, secondo i giudici di Milano, i due avrebbero pianificato la rapina a Di Giacomo, che sapevano commerciare anche in orologi di pregio come i Rolex, rapina tuttavia finita nel sangue. La prova della collaborazione dei due, «è del tutto chiara: Capellato stava cercando di chiudere un affare con il Di Giacomo, e questo era anche a vantaggio del Panarisi». E proprio per questo, nel giorno dell’omicidio, i due «rimasero continuamente in contatto tra loro». La responsabilità dei due, indipendentemente da chi effettivamente ha premuto il grilletto per i giudici d’Appello «è resa manifesta da quanto accaduto dopo».
«Nonostante il pericolo di essere scoperti – si legge – entrambi si sono adoperati per portare il cadavere fino al furgone attraversando il centro di Como, per poi caricarlo sul mezzo e condurlo nel posto dove è poi stato ritrovato». Il tutto «sempre insieme, dimostrando così una perfetta compartecipazione» e un «perfetto accordo su quanto era opportuno fare».

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