Omicidio di Bulgorello: l’accusa chiede un doppio ergastolo

Palazzo di giustizia, tribunale di Como (via Cesare Battisti)

La parola «ergastolo» viene pronunciata (non una, ma due volte, quanto il numero degli imputati) quando sono le 14 e tre minuti.
Il pm della Dda, Cecilia Vassena, sta parlando da quattro ore, riassumendo anni di indagini attorno all’omicidio di Francesco “Franco” Mancuso, ucciso da un killer con il casco nero calato in testa mentre stava giocando a carte nel cortile interno del bar “Arcobaleno” di Bulgorello. Una vera e propria esecuzione, «un delitto non come gli altri», ha tenuto a precisare il magistrato in apertura di requisitoria, parlando soprattutto ai giudici popolari della Corte d’Assise. Un omicidio con una chiara impronta ’ndranghetista, fatto per eliminare un uomo irascibile, spesso sopra le righe, «che stava rompendo le scatole in giro, in un territorio in cui l’imputato era il punto di riferimento». Secondo l’accusa, infatti, il 35enne autotrasportatore sarebbe stato ucciso da Luciano Rullo, 51enne di Como, mano armata del presunto mandante Bartolomeo Iaconis, nato a Giffone, Reggio Calabria, 60 anni fa e ritenuto dalla Dda una «persona di spicco in seno al locale di ’ndrangheta di Fino Mornasco». Mancuso, per il pm, «aveva superato la misura non una, ma due volte».
Un doppio litigio pesante proprio con Iaconis: il primo all’esterno del suo bar, dove gli fu danneggiata con un piede di porco anche l’auto, il secondo in una carrozzeria dove Iaconis si era recato proprio per far riparare l’auto. «Mancuso non chiese perdono, fu aggressivo anche in quella occasione, per di più davanti a tutti. Una persona del calibro di Iaconis non poteva tollerare una cosa del genere. Questo delitto non è solo premeditato, è pianificato. Doveva servire anche alla popolazione come monito, per riaffermare il prestigio della ’ndrangheta sul territorio». Un territorio, quello di Cermenate, Fino Mornasco, Cadorago, dove la presenza della malavita organizzata di stampo calabrese «è granitica fin dagli anni ’50», «non una infiltrazione ma una presenza stabile».
La ’ndrangheta, in questi posti, «non è una cosa finita, di anni fa, ma va avanti, si evolve, perché se si piazza in un territorio poi non se ne va più, e le inchieste Infinito, Insubria, e pure gli sviluppi recenti lo hanno dimostrato ancora una volta». Mancuso venne ucciso l’8 agosto del 2008. Molti dei presenti al bar, «quelli che in aula avete sentito ripetere più volte non ricordo, quelli di cui era evidente la reticenza», condividevano con i due imputati «la stessa mentalità, lo stesso modo di rapportarsi con l’autorità giudiziaria. Le difese ci diranno che tutti conoscevano Rullo, e che tuttavia non lo riconobbero. Io mi sarei stupita del contrario».
Il pm è poi tornato sul cuore della vicenda, il controllo del territorio: «Iaconis ha un impero con i bar, anche se non figura, ha rapporti con tantissimi pregiudicati, gestiva videopoker ma soprattutto era il riferimento per la gente della zona, quello che dispensava consigli, che ricomponeva controversie, che trovava lavoro a chi ne aveva bisogno. La mafia fa spesso tutto questo, si sostituisce allo Stato e in cambio vuole influenza e autorevolezza. Quell’autorevolezza che Mancuso, con il suo comportamento, non aveva riconosciuto in modo pubblico». Uno sgarro da soffocare nel sangue. Un delitto per cui ora la Dda ha chiesto due condanne all’ergastolo.

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