Oro di Dongo. Le verità di Petacco

Misteri del ’900 – Ad Albavilla lo storico ha presentato il saggio “O Roma o morte. 1861-1870”, edito da Mondadori. I diari di Dell’Utri? «Ben fabbricati, ma sono falsi»
Le verità su Dongo e sugli ultimi giorni di Benito Mussolini e Claretta Petacci? «Non si sapranno mai. L’unico che poteva raccontarle era il comandante Michele Moretti, ma si è portato i suoi segreti nella tomba».
Non lascia spazio alle ipotesi Arrigo Petacco, la voce più forte – e più scomoda – tra gli storici italiani del fascismo. Ospite ad Albavilla dell’Associazione calabro-brianzola per un incontro sull’Unità d’Italia e per presentare la sua ultima fatica – il saggio O Roma

o morte. 1861-1870, edito da Mondadori – ne ha approfittato per intervenire su quanto successo in Altolago alla fine dell’aprile 1945.
«Sono state dette e scritte talmente tante parole su quegli avvenimenti che è ormai impossibile risalire alla verità. È stata formata una nebbia così fitta sugli eventi da impedire di ottenere una visione chiara dei fatti».
Ma allora documenti come i diari di Mussolini che Marcello Dell’Utri ha portato alla ribalta in questi ultimi anni (e che tra l’altro proprio a Como, l’anno scorso, sono stati la causa contingente di una contestazione piuttosto violenta allo stesso senatore del Pdl), come li dobbiamo considerare? «Quei diari sono falsi. Molto ben fabbricati ma sempre falsi. Sono opera di una coppia di Torino, madre e figlio. Anni fa era stato lo stesso figlio del duce, Romano Mussolini, a propormeli. Era in compagnia di un omaccione, che non si è nemmeno presentato. Sventolava quei fogli, ma non mi ha mai permesso di dargli un occhio, e li rimetteva subito nella sua borsa. Romano, però, sapeva che non erano veri e non volle mai associare il suo nome a quei diari. Rimettendoci anche parecchi soldi, nella sua onestà».
Marcello Dell’Utri però li ha fatti propri. «Una prova che non può essere un mafioso, se lo fosse non crederebbe di certo alla loro veridicità, non si sarebbe fatto prendere in giro in quel modo».
Anche la tempistica con cui sono venuti alla luce quei diari non convince lo storico ligure. «Adesso che non ci sono più testimoni di prima mano, protagonisti di quei giorni e quelle ore, escono alla ribalta documenti nuovi e persone che non hanno mai parlato prima. Tanto nessuno può smentirli».
E il famoso “oro di Dongo”, il tesoro del fascismo? Anche quello una bufala? «Quello esisteva. Ho visto io stesso un filmato, girato in Super8, che mostrava un tavolo su cui erano accatastate diverse buste contenenti fedi d’oro. Erano almeno una trentina di chilogrammi. Servirono ai gerarchi fascisti per pagarsi la via di fuga. Furono sparse a pioggia, praticamente, lungo tutto l’Altolago di Como. È con quell’oro che molti, a Dongo e dintorni, si sono costruiti la villetta. Non hanno rubato nulla, sia chiaro, erano gli stessi gerarchi che gli consegnavano l’oro, “poi torneremo a prenderlo”, dicevano, ma si sapeva che era solo una scusa, l’oro serviva a pagarsi la via di fuga verso la Svizzera».
Quelle fedi erano, però, solo una minima parte del tesoro del fascismo. «La maggior parte se la sono spartita la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Il primo esempio di lottizzazione. Grazie a quei soldi Enrico Mattei si sarebbe comperato la sua prima trivella e posto le basi dell’impero energetico. Pietro Longo, invece, l’avrebbe investito per acquistare Botteghe Oscure, la storica sede del Partito Comunista».

Franco Cavalleri

Nella foto:
un ritratto di Benito Mussolini

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