Cronaca

Otto omicidi in un anno sul Lario «MA COMO NON È LA CAPITALE DEL MALE»

Bellagio 7 marzo 2010, Giuseppe Voci uccide la convivente Anna Maria Chesi strangolandola con filo elettricoLa riflessione del criminologo Massimo Picozzi
Otto omicidi in dodici mesi. «È soltanto un’infelice, drammatica coincidenza». Non una scia di sangue, cruda espressione giornalistica usata per indicare una serie di fatti cruenti legati tra loro. Gli otto omicidi che hanno scosso la provincia lariana dal febbraio 2009 a oggi non hanno, evidentemente, alcuna relazione concreta. Otto drammi diversi, con vittime e carnefici completamente differenti tra loro. Soltanto il movente – soldi o sentimenti – a volte si replica, pur con sfumature dissimili.
Tuttavia, quando una provincia definita come un’isola felice

  e sicura viene sconvolta da otto omicidi in un anno, è normale chiedersi se dietro questi episodi non vi sia una crescente tendenza a scivolare nella disumanità.
Una maggior facilità, sempre che di facilità si possa parlare, nell’usare violenza per risolvere un conflitto di qualsiasi natura, economica o sentimentale.
«No». Per Massimo Picozzi, criminologo, psichiatra e scrittore, la risposta è netta e negativa. «Ricordo che pochi anni fa Lecco venne classificata tra le città più vivibili e tranquille. Subito dopo registrò una serie incredibile di omicidi: una mamma che uccide il proprio figlio, l’assassinio di due prostitute e la vicenda di Sonya Caleffi, infermiera condannata per cinque omicidi in corsia. Otto vittime in pochi mesi. Dieci giorni fa – continua Picozzi – il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha annunciato un calo degli omicidi volontari in Italia rispetto al 2008 e al 2007. Alla luce di tutto ciò, posso dire che quanto è accaduto in questi mesi a Como va considerato un’infelice coincidenza. Non va quindi letto come un’improvvisa impennata di violenza sul territorio».
Ricorrono, tra i moventi, soldi e gelosia: Picozzi non ne è sorpreso.
«Dai tempi di Caino e Abele andiamo sempre a parare lì». L’opinione pubblica è anche colpita, oltre che dall’omicidio, anche dai macabri trattamenti che in alcuni casi i carnefici riservano ai cadaveri delle vittime. Decapitazioni (omicidio Brambilla), incendio del corpo (omicidio Albertani).
«Anche nella strage di Erba o nel delitto di Perugia stupisce la brutalità paragonata all’inconsistenza del movente – premette il criminologo – Consideriamo innanzitutto perché l’omicida fa a pezzi o brucia la vittima. Se fossimo in America, penseremmo subito a un serial killer sadico. In Italia, invece, queste macabre pratiche hanno una funzione del tutto strumentale: cercare di disfarsi del corpo. Quando si passa il segno, quando cioè si arriva a uccide una persona, si perde l’umanità. E diventa più facile compiere qualsiasi altro gesto».
Picozzi torna quindi sulla casistica comasca, invitando a non attribuire valore statistico agli otto omicidi in dodici mesi.
«Unendoli – spiega il criminologo – non si trova ovviamente alcuna comunanza, se non il movente che in alcuni casi ritorna: vecchi rancori, soldi, gelosia. Siamo su numeri troppo bassi per usare il termine “statistica”. Non dobbiamo pensare che, improvvisamente, Como nell’ultimo anno sia stata invasa da un’ondata di cattiveria, di malvagità. Sono singoli e drammatici episodi, che il caso ha voluto concentrare in un periodo preciso di tempo. Se analizziamo poi i singoli omicidi, scopriamo che non tutte le persone coinvolte – vittime o carnefici – erano comaschi. Perciò, non bisogna leggere questa casistica con un improvviso aumento di crudeltà a Como. Anche perché la crudeltà è altro: l’omicidio per esasperazione o raptus è una perdita di controllo, il colpo alla nuca inferto dal killer professionista rappresenta la vera malvagità. Il numero assoluto degli omicidi – conclude Massimo Picozzi – è in diminuzione, questo è un dato statistico. Ma quando se ne verificano alcuni in rapida successione e su un territorio circoscritto, abbiamo la percezione che qualcosa sia cambiato. In realtà non è così. Si tratta di concentrazioni dettate dal caso. Prova ne sia, alla rovescia, il caso di Lecco: una città definita “sicura” si trovò a contare otto vittime in poco tempo».

Andrea Bambace

Nella foto:
La villetta di Bellagio in cui sabato scorso si è consumato l’ennesimo fatto di sangue della provincia lariana (Foto Baricci)
9 marzo 2010

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