Paolo Milone presenta “L’arte di legare le persone” a “Zelbio cult”

Lo psichiatra scrittore Paolo Milone

“La poesia ha accompagnato il mio lavoro di psichiatra”

Ha iniziato a lavorare nel 1980 in un centro di salute mentale e poi, dal 1988 al 2016, nel reparto psichiatrico di un grande ospedale. Quasi 40 anni di vita e di psichiatria condensati in un magnifico libro che non è il diario di un medico in pensione, non è neppure un racconto naturalista alla Emile Zola o un romanzo a tesi.
L’arte di legare le persone di Paolo Milone, uscito per Einaudi a gennaio di quest’anno, è un “render conto in maniera del tutto personale” delle innumerevoli relazioni coltivate nella sua lunga pratica clinica. Sabato 31 luglio “Zelbio Cult” ospiterà Paolo Milone nel teatro di Zelbio (ingresso libero con prenotazione obbligatoria al sito www.zelbiocult.it) e, in dialogo con l’ideatore e conduttore della rassegna, Armando Besio, condividerà questo esordio che è stato una vera e propria folgorazione per critici e lettori.
L’arte di legare le persone è una “Spoon River” della sofferenza mentale, con i pazienti psichiatrici del Reparto 77 che si raccontano attraverso la voce di chi li ha assistiti cercando di fare il suo meglio con compassione e riguardo, dieci capitoli di brevi flash narrativi, spesso lirici, che fanno sorridere, piangere, pensare e in cui ciascuno troverà il proprio riscontro con la follia, una condizione umana che fa paura ma con cui bisogna fare i conti.
Paolo Milone, lei scrive che “legare” le persone, in senso fisico affinché non si facciano del male e in senso simbolico perché ritrovino il legame con se stessi e la realtà, è un’arte inconoscibile. In che senso?
«Cercare una relazione con il paziente e creare un legame è la chiave della cura. Il malato è confuso, si avvicina e poi si allontana, costruire un legame profondo è appunto un’arte molto complessa».
Nel capitolo intitolato “La signora” lei affronta il tema del suicidio, lasciando molte domande aperte.
«C’è una differenza di visioni sul suicidio a seconda del punto di vista, antropologico, filosofico… dal punto di vista di chi pratica la psichiatria clinica il depresso non si suicida per scelta volontaria, quando c’è una sofferenza incontrollabile che altera le capacità di giudizio uno dei sintomi è proprio la spinta suicidaria che poi nel momento in cui passa viene negata dallo stesso paziente; certo non è facile regolare l’intervento, non si possono tenere chiusi tutti i depressi ma è proprio per questo che serve l’“arte”, per fare scelte pesanti solo quando è strettamente necessario, è un mestiere che richiede alta tecnica, e invece spesso si incontrano atteggiamenti che sdrammatizzano, non colgono la sofferenza, li trovo disumani».
Come è nato questo suo libro? Ha tenuto diari nel tempo o le è uscito di getto?
«Io ho avuto per metà della mia vita un approccio solo scientifico: non leggevo romanzi né poesie ma solo quello che atteneva alla mia professione, poi mi sono reso conto che questo non mi consentiva di entrare in relazione con i pazienti psicotici. Così ho cominciato ad assumere un atteggiamento “poetico”, più accettante, mi è venuta voglia di scrivere e piano piano, in vent’anni, queste storie sono venute un po’ per conto loro, non in successione cronologica anche se c’è una evoluzione nelle vicende dei protagonisti».
Cosa l’ha colpita dopo l’uscita del libro?
«C’è stata un’accoglienza davvero calorosa dal mondo dei letterati… non me l’aspettavo, ma anche tanti colleghi psichiatri mi hanno detto “è proprio così quello che faccio, che provo, come ragiono, decido, ci resto male”. Ho ricevuto qualche critica riguardo alla contenzione, che è un argomento difficile da affrontare, soprattutto per chi non si è mai trovato ad avere a che fare con pazienti in stato di agitazione confusa. Ci sono ospedali che non usano la contenzione perché filtrano i pazienti, non accettano per esempio alcolisti e tossicodipendenti, ma non dobbiamo dimenticare che oltre la metà dei bipolari assume alcolici, gli schizofrenici spesso usano sostanze, è difficile discernere e agire in certe situazioni».
Situazioni che nel libro lei descrive benissimo. A proposito, ripensa ancora a Lucrezia la giovane donna che si è tolta la vita?
«Certo, lei è un simbolo… penso a lei e a tante come lei che ho conosciuto. Se con un paziente instauri una relazione quella rimane per sempre, penso a lei senza sensi di colpa perché se uno dà il massimo non ha sensi di colpa. Ci sono disturbi psico-affettivi che sono davvero tosti, e nessuno poi ti accusa. I parenti non ti accusano, ti abbracciano quando sanno che hai fatto tutto il possibile per aiutare i loro cari».
Scrive Paolo Milone, nelle ultime pagine di L’arte di legare le persone: “Nessuno nella notte ti fermerà per accusarti: perché mi ha curato dottore? Perché mi ha costretto? Perché non mi ha lasciato libero com’ero? Ad accusarti la notte sarà chi ti dice: perché non mi ha curato? Perché mi ha abbandonato in balia di me stesso?”.
Regola numero uno di un bravo psichiatra: non abbandonare il paziente.

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