Paratie, le motivazioni delle condanne

Como Cantiere paratie

«La soluzione ideata era apparentemente ragionevole, ma non legittima secondo il codice degli appalti». «L’interesse era che l’opera delle paratie fosse realizzata nel minor tempo possibile e con il minor costo, e in tutti gli atti dell’amministrazione comunale era esplicitata questa volontà». «Il fine non era procurare vantaggio a Sacaim, bensì procurare un vantaggio al Comune di Como». E ancora, amaro paradosso, il progetto della terza variante, quello voluto dalla giunta di Mario Lucini e che fu bloccato, «appariva finalmente fatto bene, come pure rilevato da Anac».
Eppure, queste parole “morbide”, sono state scritte dal giudice Walter Lietti per motivare la sentenza di condanna nel processo sulle paratie del Lago di Como. Perché, come scritto sopra, quelle “soluzioni ragionevoli” erano anche “non legittime”. È racchiuso in 239 pagine dense di concetti e valutazioni, il difficilissimo processo – da qualsiasi parte lo si guardi, imputati, pm o giudici – sulla maxi opera del lungolago.
La sentenza era giunta dopo oltre 40 udienze, e aveva avuto come punto di partenza i 23 capi di imputazione fissati dal pm Pasquale Addesso con richieste di condanne a oltre 40 anni.
Il Collegio aveva in molti punti ridimensionato l’impianto accusatorio. L’ex dirigente del settore reti Pietro Gilardoni aveva rimediato 4 anni (cinque capi riconosciuti su 15). L’ex sindaco di Como, Mario Lucini un anno e mezzo contro i 3 chiesti dal pm; poi Antonio Viola (2 anni contro 6), Giovanni Foti (un anno e 8 mesi), Antonio Ferro (un anno e 3 mesi, addirittura 7 quelli chiesti dal pm), Antonella Petrocelli (6 mesi). L’ultima condanna, la settima su 12 imputati, era stata per il legale del Comune di Como, Maria Antonietta Marciano: un anno (2 anni e mezzo la richiesta).
Nessuna condanna per l’altro ex sindaco coinvolto nella vicenda, Stefano Bruni – il cui reato ambientale era stato dichiarato «estinto per prescrizione» – e, «perché il fatto non sussiste», per gli altri imputati, Graziano Maggio (uomo di Sacaim), Virgilio Anselmo (ingegnere) e Ciro Di Bartolo, funzionario del Settore Reti.
Il giudice estensore, nel motivare queste decisioni, ha toccato tutti i punti in ordine di tempo, partendo dai reati ambientali più datati (prima del 2012) che vedevano coinvolto Bruni: «I reati contestati erano già tutti estinti, l’azione penale nemmeno avrebbe dovuto essere iniziata. E ciò rende superflua l’analisi dei profili, pure molto problematici nel merito». E sull’abusività di tutte le opere realizzate per le paratie: «È una impostazione non condivisibile. I provvedimenti erano sempre stati preceduti da Conferenze dei servizi in cui tutti gli Enti erano stati interessati». Sul muro: «L’illegittimità sollevata non era sulla sua esistenza, ma sulla sua forma e altezza». Eppure non tutto andò come doveva, e da qui arrivano le condanne: «L’obiettivo dichiarato della giunta Lucini, che arriva in un momento in cui l’opera era in fase di stallo, era ridefinire il progetto paratie. I rischi dell’opera potevano, per Lucini, superare i benefici. Bisognava ultimarla nel tempo più breve». Per questo ci fu la scelta di “spacchettare” gli incarichi e di non fare una gara “mondiale”: «Hanno scelto di correre il rischio – scrive il giudice – ma il dubbio sulla legittimità c’era». «Allungare i tempi dell’opera con una gara era una situazione ritenuta intollerabile. E da questo punto di vista il dolo degli imputati è assolutamente intenzionale».
Gilardoni aveva parlato, in merito allo spacchettamento degli incarichi, di un «vassoio di pasticcini» e non di «un’unica torta». Ma per il giudice la legge imponeva di trattare la questione «in modo unitario, come un dolce». Soluzione che lo stesso Collegio nelle motivazioni ha definito «ragionevole» tuttavia «non legittima».

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