Paratie, l’incubo delle “riserve”

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L’impresa appaltatrice potrebbe chiedere fino a 20 milioni per il fermo cantiere

(da.c.) Tenete bene a mente una parola: riserve. Non parliamo di calcio. La panchina, lunga o corta che sia, non c’entra nulla. No, discutiamo di paratie. E del cantiere infinito di Como, sotto le cui “macerie” rischia di tramontare anche la brillante stella del centrosinistra.
Le riserve sono un meccanismo infernale che scatta quando un’opera pubblica, per un motivo o per un altro, viene sospesa. Si incaglia.
Il “fermo” lavori ha un costo. Quantificato dalla ditta che si è aggiudicata

la gara appunto attraverso le cosiddette riserve.
Il Comune di Como ha già fatto i conti con questo dispositivo-tagliola.
Ha dovuto infatti sborsare pochi mesi fa 2,8 milioni di euro a fronte di richieste molto superiori.
Riserve che l’impresa appaltatrice della riqualificazione del lungolago – la veneziana Sacaim – aveva indicato in 7 milioni.
Oggi, in vista della possibile riapertura del cantiere – bloccato ormai da moltissimo tempo – si discute di arredo urbano, soluzioni progettuali e interventi risolutori.
Ma nessuno, almeno in pubblico, ha il coraggio di tirare fuori l’unico argomento che andrebbe invece affrontato in modo serio. Le “riserve” che Sacaim ha apposto dal gennaio 2012 a oggi.
Secondo calcoli non ufficiali, suffragati però da fonti interne al Comune di Como, è possibile immaginare che sul cantiere delle paratie possano gravare in questo momento, richieste dell’impresa veneta pari a 15-20 milioni di euro. Nel dicembre 2011, quando si mise un punto con un primo accordo bonario, le riserve di Sacaim ammontavano a 14 milioni.
Sulla metà di esse fu trovata un’intesa, quella già ricordata di 2,8 milioni.
Da allora sono trascorsi 2 anni e 2 mesi. Il cantiere è rimasto fermo ed è molto facile presumere che le richieste dell’impresa veneta si siano impilate una sull’altra. Sarebbe interessante leggere il registro di contabilità del lungolago e fare qualche somma. I numeri potrebbero però spaventare.
È vero che il Comune può sempre respingere come non dovute le riserve che provengono dalle imprese appaltatrici, ma quando la ruota si rimette in moto bisogna arrivare giocoforza a una transazione.
Questa può sfociare in un accordo bonario oppure in una causa davanti a un Tribunale civile.
In entrambi i casi, per la pubblica amministrazione comasca sarebbe il disastro. L’accordo bonario obbligherebbe infatti il Comune di Como a versare un’altra palata di milioni nelle casse della Sacaim. Soldi che Palazzo Cernezzi non ha e che non potrebbe ottenere ad esempio dalla Regione (Roberto Maroni in questo senso è stato chiarissimo). La vertenza giudiziaria sarebbe invece la pietra tombale sul cantiere e, probabilmente, sul governo della città.
Una simile causa milionaria durerebbe anni e sarebbe costellata di perizie, verifiche e ogni altro elemento tipico della litigiosità leguleia. Il risultato sarebbe la paralisi dei lavori e il mantenimento sine die dello scandalo di una città priva della sua parte più bella e riconosciuta nel mondo: la passeggiata a lago.
La domanda, quindi, è: a quanto ammontano, oggi, le riserve di Sacaim sul cantiere delle paratie?
E quale sarà la cifra che i dirigenti dell’impresa veneta apporranno sul primo documento utile messo a loro disposizione?
Altra questione: il Comune ha valutato in che modo uscire dall’eventuale nuovo vicolo cieco?
L’ultimo fermo cantiere risale ormai a moltissimo tempo fa. Nell’aprile 2013 fu redatto un verbale di ripresa dei lavori ma poi nulla si mosse. Di mese in mese le riserve di Sacaim sono lievitate. Un panettone indigesto. E anche avvelenato.

Nella foto:
Il cantiere delle paratie è fermo ormai da troppo tempo. Il Comune rischia un conto salatissimo

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