Passaro con Bellutti per il vertice del Coni

Stefania Passaro

Stefania Passaro segretaria generale del Coni, nel caso venisse eletta quale presidente del maggior ente sportivo italiano Antonella Bellutti. Sarebbe un incarico di grande importanza per l’ex giocatrice della Comense di basket. Per Bellutti, non sarà facile, considerando che dovrà affrontare personaggi che sono da anni ai vertici delle istituzioni, a partire dal presidente uscente, Giovanni Malagò. Sono poi in lizza l’ex numero uno della Federazione Ciclismo Renato di Rocco e Franco Chimenti, massimo dirigente della Federazione Golf.
Le elezioni si svolgeranno il prossimo 13 maggio a Milano, con il coordinamento a livello locale del nuovo presidente regionale, il lariano Marco Riva.
Per Bellutti e la sua squadra non sarà facile, ma da campionessa olimpica di ciclismo non si arrenderà facilmente, come ha lei stesso spiegato. E lo stesso vale per Stefania Passaro, per anni giocatrice della Nazionale, con una partecipazione ai Giochi di Barcellona. A farla esordire in azzurro, tra l’altro, Bruno Arrigoni, all’epoca commissario tecnico dell’Italdonne, e poi, allenatore e consulente, anche in anni recenti, a Cantù.
Dal 1991 al 1995 Passaro ha militato nella Comense e, l’8 maggio di 30 anni fa, nel 1991, festeggiò con le compagne di squadra lo scudetto che fece da apripista ad una lunga serie di successi della formazione nerostellata in campo nazionale e internazionale, con, tra gli altri, un Mondiale per club e due Coppa Campioni, a Poznan, in Polonia e in casa al palasport Pianella.
Consulente finanziario e giornalista pubblicista, Passaro ora si è catapultata in questa avventura. In sede di presentazione ha avuto modo di sottolineare: «Ho amato lo sport che ho fatto, ma l’ho anche odiato. Praticarlo poteva essere bellissimo e bruttissimo. Lo penso da 45 anni, da quando ho cominciato a frequentare la palestra della mia scuola, ad andare in piscina nella mia città e a giocare a basket».
«A scuola per le lezioni di educazione fisica utilizzavamo locali che erano più che altro scantinati, bui e freddi, senza attrezzi e spogliatoi, con insegnanti disinteressati perché le materie importanti, a detta dei professori, erano altre – ha aggiunto – E in molti istituti anche oggi la situazione è questa».
Passaro ha poi rincarato la dose ripensando alla sua carriera: «Ho avuto allenatori maestri di vita. Ma anche altri che, soprattutto con noi ragazze, erano convinti che la violenza verbale e fisica e l’umiliazione servissero a spronarci. Da poco una madre mi ha riferito che nella squadra di sua figlia la situazione è ancora così. Mi ha spiegato che la ragazza è stata incollata al muro nell’indifferenza generale dei dirigenti e degli altri genitori, che hanno reputato che con le giovani ci voglia polso».
L’ex giocatrice si è anche soffermata su quello che ha definito «il bello dello sport», partendo dalla Nazionale azzurra. «Per 16 anni ho indossato con orgoglio la maglia dell’Italia. Ho vissuto le meraviglia di trasferte avventurose in tutto il mondo, l’incontro con altre culture e lingue e ho avuto la gratificazione di sentirmi utile per una squadra di vertice. E non dimentico le amicizie nate in quegli anni».
«Ma in Nazionale, a parità di impegno, risultati e fatica – ha spiegato ancora Stefania – ho visto diarie giornaliere ben differenti per i colleghi maschi. Questa disparità di trattamento dopo 40 anni ancora c’è. Ho visto atlete rimanere incinte ed essere “buttate via” come uno yogurt scaduto. E oggi nulla è cambiato. Peraltro quando ho smesso con la pallacanestro, non c’era nessun fondo economico di fine carriera ad attendermi. Per gli uomini non è così».
Questi sono i temi su cui Passaro incentrerà la sua opera, in caso di nomina: «Lo sport è uno specchio che riflette i valori di chi lo pratica, di chi lo rende possibile e di chi lo amministra; e chi lo amministra deve sanare le sue profonde contraddizioni mosso da un profondo, senso di giustizia, inclusione, rispetto per tutti gli altri, passione per gli aspetti positivi. Perché il brutto dello sport continua a succedere? Perché negli anni abbiamo avuto troppo poco coraggio fuori per lottare per i diritti e le tutele di tutti e tutte le colleghe. Abbiamo avuto paura di costituire un problema con le nostre giuste rivendicazioni. Adesso abbiamo modo di rimediare per pretendere il cambiamento con le giuste e necessarie riforme: possiamo essere tutti o protagonisti di una svolta storica o soldatini intruppati dietro al capo di turno».

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