Cronaca

Patetiche giustificazioni. È il trionfo del grottesco

La riflessione
La lettera inviata dal ministero della Salute alla pensionata comasca è contrassegnata da un’etichetta con un codice a barre.
Un sistema moderno ed efficace per identificare in modo rapido e senza errori il documento.
Un semplice esempio di efficienza, verrebbe da pensare. Peraltro, si potrebbe aggiungere, neppure troppo difficile da mettere in pratica.
Non sarà che abbiamo finalmente imboccato la strada giusta? L’illusione dura giusto lo spazio dei nove caratteri del codice a barre. Subito dopo, infatti, ecco emergere un concentrato di quanto di peggio lo Stato possa offrire ai cittadini italiani.

E il riferimento non è soltanto ai tempi, oggettivamente paradossali e inaccettabili, della risposta a un ricorso presentato da una donna comasca.
Le date, da sole, bastano a rendere l’idea. La lettera partita da Roma è datata 10 marzo 2014. La richiesta alla quale questa stessa lettera prova a dare una risposta risale all’8 febbraio 1983.
In mezzo ci sono 31 anni e un mese, oltre 11.300 giorni. Numeri che, ovviamente, non hanno bisogno di alcun commento.
Nonostante questo, nella risposta il dirigente del ministero della Salute riesce a peggiorare ulteriormente una situazione già irrimediabilmente compromessa e grottesca. Una minima dose di buonsenso suggerirebbe – magari – di iniziare il testo con due parole di scuse. Un banalissimo e forse retorico «Le chiediamo perdono per il ritardo», avrebbe fatto la sua bella figura.
A una cittadina italiana che ha atteso per 31 anni una risposta, al contrario, il ministero risponde con un concentrato di burocratese.
Innanzitutto, facendo riferimento alla presentazione del ricorso, il dirigente parla di «notevole lasso di tempo trascorso dalla proposizione».
Difficile non leggere queste parole sia come una patetica giustificazione, sia come un’inaccettabile presa in giro. Tanto più se seguite, poche righe dopo, da una perentoria richiesta di inviare informazioni entro il termine massimo di 60 giorni. L’unica risposta possibile è: ma come vi permettete?
Tutto qui? Assolutamente no. Ecco, infatti, il gran finale. Se non risponderà nei termini indicati – taglia corto il ministero – cestineremo la pratica, con buona pace di tutti.
Un messaggio che emerge soltanto dopo una complessa traduzione dal burocratese. Già, perché nel testo originale, il direttore dell’ufficio riesce a fare l’ennesimo esercizio di complicazione delle cose semplici. Un esempio su tutti? L’espressione “riassunzione del gravame”. Provate a digitare l’espressione in Google. Persino l’onnisciente Wikipedia alza bandiera bianca.
Anna Campaniello

1 maggio 2014

Info Autore

Redazione

Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Archivio
ottobre: 2018
L M M G V S D
« Set    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  
Numeri utili
NUMERO UNICO DI EMERGENZA
numero 112 lampeggianti
 Farmacie di turno 

   Ospedali   

   Trasporti   
Colophon

Editoriale S.r.l. (in liquidaz.)
Via Sant’Abbondio 4 – 22100 Como
Tel: 031.33.77.88
Fax: 031.33.77.823
Info:redazione@corrierecomo.it

Corriere di Como
Registrazione Tribunale di Como n. 26/97
ROC 5370

Direttore responsabile: Mario Rapisarda

Font Resize
Contrasto