Pian del Tivano, viaggio nella grotta più lunga d’Italia

Sviluppo complessivo di 58 chilometri
La geologia, si sa, ha tempi lunghi, e tempi lunghi e dedizione costante caratterizzano anche le esplorazioni sotterranee degli speleologi, viaggiatori e navigatori di quel “mondo alla rovescia” di roccia, terra, acque rinchiuso nel buio sotto i nostri passi.
C’è voluto quasi un secolo di percorsi e ricerche per mettere in luce segreti, dimensioni e collegamenti del labirinto di cavità che caratterizza l’area carsica del Pian del Tivano e per scoprire che il Complesso della Valle del
Nosè, che si diparte dal Piano e si dirige fino al ramo di Como del Lario, è oggi la grotta più lunga d’Italia, con uno sviluppo complessivo di 58 chilometri e una serie di ramificazioni e ambienti secondari, anche su più livelli paralleli.
Il record, prima detenuto dall’abisso di Monte Corchia, in Toscana, è stato stabilito l’11 febbraio 2012, quando, superando una massiccia frana, gli speleologi del Progetto InGrigna! hanno percorso la giunzione – cioè il tratto di collegamento – fra due importanti grotte: Fornitori – Stoppani, con uno sviluppo di 47,5 chilometri, e Tacchi – Zelbio – Bianchen, lunga 10,5 chilometri.
Ma l’avventura del complesso del Pian del Tivano ha inizio molto tempo fa: per quanto riguarda l’area di Zelbio, negli anni ’30 del Novecento due cavità in terreni agricoli attrassero l’attenzione del Gruppo Speleologico Comasco.
Successive esplorazioni, a opera del Gruppo Speleo di Milano, rivelarono la presenza di vasti ambienti sotterranei. Nel 1969 un’immersione portò alla giunzione fisica del complesso Tacchi – Zelbio, che raggiunse lo sviluppo di 9 km negli anni ’80. L’altro gruppo di cavità, Fornitori – Stoppani, nei pressi della Colma Stoppani, esplorato negli anni ’70, ha poi rivelato la presenza di grandi gallerie che raggiungono il Pian del Tivano.
In particolare, la grotta Ingresso Fornitori, scoperta da speleologi del Gruppo Grotte Milano Cai – Sem ma forse già nota ai locali, è stata indagata nei primi anni 2000 da membri dello Speleo Club Cai Erba e di Associazione Speleologica Comasca; Carlo Civillini, Marzio Merazzi e Daniele Bassani, insieme ad altri compagni, hanno superato la frana terminale su cui si erano arrestati i milanesi e hanno dato il via al decennio di esplorazioni che ha portato al record attuale.
Luana Aimar e Antonio Premazzi, due giovani speleologi protagonisti, con i compagni, delle recenti scoperte, ricordano tra i momenti più emozionanti – oltre alla giunzione del 2012 che ha portato la grotta della Valle del Nosè al record italiano di lunghezza – alcune tappe dell’esplorazione di Ingresso Fornitori: il raggiungimento dei 19 chilometri di sviluppo, con il record di grotta più estesa di Lombardia; la giunzione del 2008 alla vicina grotta Stoppani; il raggiungimento dei 42 km di sviluppo nel 2010.
Ma dove nasce una passione che induce a passare molte giornate esplorando la metà nascosta della Terra e come può conquistare i giovani? «Io faccio speleologia dal 1997, quando non avevo compiuto ancora 17 anni», racconta Luana. «Mi sono iscritta al corso dopo aver letto, al liceo che frequentavo, un manifesto che lo pubblicizzava. Antonio Premazzi, allievo del corso successivo, qualche mese prima era stato accompagnato da un amico speleologo proprio in una grotta del Pian del Tivano e se ne era subito innamorato».
Dalle parole dei due giovani traspare il grande valore dell’esperienza della speleologia: «Più che un singolo fenomeno, ciò che affascina durante l’esplorazione ipogea è la straordinaria quantità di vuoti contenuta all’interno delle nostre montagne. Vuoti che possono assumere le forme più disparate: si va da meandri al limite della percorribilità a vasti saloni di cui è difficile definire i contorni, passando per pozzi verticali e gallerie percorse da torrenti. Ognuno di questi luoghi ha un fascino particolare difficile da comunicare.»

Giuliana Panzeri

Nella foto:
Una bella galleria del Complesso della Valle del Nosè: è oggi la grotta più lunga d’Italia, con una serie di ramificazioni e ambienti secondari (foto Damiano Montrasio)

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