Pierluigi Mascetti: «Il nostro vernacolo ha un grande fascino e ci permette di salvare le tradizioni»

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Trascurato, bistrattato, esaltato. È il destino, volta a volta, del dialetto. Ogni epoca gli riserva uno stato d’animo. Alla lingua dei padri è dedicata oggi la terza edizione della Giornata Nazionale voluta dall’Unione delle Pro Loco d’Italia (Unpli). Una data fissata sul calendario per richiamare alla salvaguardia di un patrimonio linguistico sempre meno parlato.
In controtendenza, la Famiglia Comasca promette entro fine anno un dizionario dedicato al vernacolo locale. L’opera farà seguito alla “Grammatica essenziale del dialètt de Còmm”, curata da Carlo Bassi per l’associazione di via Bonanomi.
Proprio il sodalizio che promuove l’identità e la memoria comense ha una sezione dialettale coordinata da Pierluigi Mascetti, comasco, classe 1941, che grazie alla disponibilità di tre gruppi – “Spindler” di Monte Olimpino, “Due Archi” di Sagnino” e “San Genesio” di Vighizzolo – tiene vivo il vernacolo con spettacoli teatrali. Tra le uscite del 2014, poesie e letture di brani scelti dei “Promessi Sposi” di Piero Collina in dialetto comasco, racconti e canzoni della tradizione popolare, testi e lavori in prosa di Bernardino Malacrida. «Il rapporto con la Famiglia Comasca, per noi, è un grande arricchimento», sottolinea Mascetti.
Come nasce la passione per il dialetto?
«Dall’idea che non vanno assolutamente perse le nostre tradizioni. Agli spettacoli che promuoviamo sono presenti anche tanti giovani. Il dialetto comasco è una lingua ricchissima sotto il profilo culturale. Tante sue espressioni non esistono in italiano. Io mi diletto a tradurre testi classici in vernacolo. Poi, aggiungo, mi faccio lavare i panni nel Lambro… Nel senso che faccio aggiustare le mie traduzioni da chi se ne intende. Con la sezione dialettale intendo riprendere l’iniziativa lanciata dal compianto presidente della Famiglia Comasca Piercesare Bordoli, vale a dire i contatti con le scuole per corsi di dialetto».
Qual è il fascino di questo idioma?
«È legato alla capacità di esprimere concetti, storie, valutazioni della tradizione popolare. E, ripeto, i giovani ne sono attratti perché certe cose non esistono nella lingua italiana, sono intraducibili. Senza il dialetto, rischiamo di perderle. Questo vale non solo per il vernacolo comasco. Noi proponiamo alcuni spettacoli anche in dialetti diversi dal nostro. Penso alle poesie di Trilussa, in romanesco…».
Qual è la difficoltà maggiore che si incontra nel preservare e tramandare il dialetto?
«Riuscire a coinvolgere le persone. Chi accetta, poi, ne è entusiasta e ci chiede di ripetere l’esperienza. Ma prima, se ci si limita a presentare iniziative in dialetto basandosi soltanto su manifesti e altre modalità impersonali, è difficile avere risposte positive».
Da dove trae origine il dialetto comasco?
«Da un insieme di dialetti del lago e del vernacolo milanese. Su questi ha saputo innestare una propria specifica identità. E alcune peculiarità sono proprio tipiche del dialetto comasco».
Cosa c’è nel nostro dialetto che meglio rappresenta la gente comasca? Si parla sempre della nostra chiusura…
«La chiusura dei comaschi è espressa in poesie sia di Piero Collina, sia di Gisella Azzi. Ma come tratto caratteriale è solo esteriore. Quando si conosce bene il comasco, al posto della chiusura scatta l’apertura. Quella che ci viene imputata è una scorza. Poi, nella concretezza, non si esprime».
Mi dica un’espressione idiomatica dialettale difficile da tradurre.
«Quando chiedi a qualcuno: “Come stai?” e l’interlocutore non è soddisfatto del suo stato può capitare che risponda: “Ghè minga de finì de lamentàs”. Cioè, non si finirebbe mai di lamentarsi. In fondo, un aspetto negativo volto in positivo…».
Marco Guggiari

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